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Flamengo, oggi come ieri

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Era il 1981. Erano i rubronegro di Arthur Antunes Coimbra. Semplicemente, Zico

Matteo Fontana

26 novembre 2019

C’è voluta una delle più clamorose rimonte della storia del calcio sudamericano per rompere un “embargo” che durava da trentotto anni. Tanti ne sono occorsi per rivedere il Flamengo vincere la Copa Libertadores. La doppietta a cavallo del 90’ di Gabigol ha permesso alla squadra brasiliana di ribaltare il conto con il River Plate, in vantaggio, nella finale giocata a Lima, grazie a una rete di Borré. Il delirio di un successo conquistato così ha invaso l’anima rubronegra di Rio de Janeiro. Il pensiero e il ricordo sono corsi all’altra volta in cui tutto questo accadde. Era il 1981. Era il Flamengo di Arthur Antunes Coimbra. Semplicemente, Zico.

Quella storia aveva cominciata a scriverla uno che, nel Flamengo, aveva appena smesso di giocarci. Paulo Cesar Carpegiani, centrocampista di fina intelligenza tattica, aveva dovuto lasciare il calcio nel 1980, a causa di un infortunio che ne aveva spezzato la carriera. Un anno dopo, Carpegiani diventò l’allenatore del Flamengo. Non vinse: stravinse. E molto di quella stagione trionfale derivò da un’intuizione. Jonathan Wilson, nel suo seminale libro “La piramide rovescia”, spiega: “Costretto a scegliere tra quattro fantasisti – Lico, Zico, Adilio e Tita – Carpegiani fece esattamente quello che il Brasile avrebbe poi fatto in occasione del Mondiale del 1982: li fece giocare tutti e quattro”. Ma se il Brasile, in Spagna, fu eliminato, sconfitto dall’Italia, al Sarrià di Barcellona, in un duello epico, splendidamente raccontato da Piero Trellini nella monumentale opera “La partita”, il Flamengo non si fermò davanti a nessuno, entrando nell’eternità del mito.

Una nicchia di iniziati, dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, ammirava la grande bellezza di quella squadra, alimentata dall’unicità delle maglie indossate, a strisce orizzontali rossonere. Gli incontri del campionato brasiliano venivano infatti trasmessi in Italia, in differita, da delle reti locali, con il commento di Mario Mattioli. Fu così che il Flamengo entrò nell’immaginario popolare nel nostro Paese, in cui, nel 1983, arrivò Zico, ingaggiato tra lo stupore generale dell’Udinese. Il suo passaggio in bianconero scatenò un caso diplomatico, rischiò di essere bloccato, il solitamente silenzioso e riservato Friuli scese in piazza sventolando cartelli con la scritta “O Zico o Austria. Ma questa è un’altra vicenda, e se ne dirà in altra occasione.

Di nuovo il Flamengo di Carpegiani, quindi. Allora, quattro creatori di gioco dalla classe tempestosa a supporto di un’unica punta, Nunes, sorretti da un distributore di palloni ordinato, dal tocco pulito, Jorge Andrade (anche lui, anni dopo, approderà in Italia, alla Roma, ma il soprannome che gli fu appiccicato, “Er moviola”, testimonia la mediocrità del suo transito in giallorosso). Il Maracanà debordante, i balli della torcida, le punizioni e i colpi di magia pura di Zico: per chi vedeva tutto questo in tv, era come essere proiettati in un mondo fatato.

Si prese la Libertadores in tre partite, il Flamengo, e Zico segnò tutti e quattro i gol che condussero a piegare i cileni del Cobreloa. La finale, al contrario di quanto avvenuto in questa stagione, si giocava con gare di andata e ritorno. A Rio de Janeiro, nei primi 30’, Zico infilò la doppietta che pareva aver già spinto la Copa verso il Brasile. Poi, però, Victor Merello siglò il 2-1. Era il 13 novembre del 1981.

Una settimana dopo, a Santiago, fu ancora Merello a dare al Cobreloa la vittoria. In completa parità, la sfida andò allo spareggio, che andò in scena a Montevideo, allo Stadio del Centenario, il 23. Al 18’, Zico intercettò un pallone vagante nell’area del Cobreloa e lo girò in porta di destro, firmando il vantaggio per il Flamengo. Poi, al 79’, dipinse una traiettoria pregiata su punizione: fu il 2-0, la Libertadores era rubronegra. Il capolavoro di Carpegiani era stato completato. O, forse, ancora non del tutto.

Quella squadra era una poesia da imparare a memoria: Raul, Leandro, Marinho, Mozer, Junior, Andrade, Tita, Adilio, Nunes, Zico, Lico. Così sarebbe scesa in campo, il 13 dicembre, a Tokyo, per giocarsi il titolo di Campione del mondo per club, alzando la Coppa Intercontinentale, che dopo anni di decadenza era stata riportata alla gloria e al blasone che l’avevano contraddistinta negli anni ’60 dagli investimenti giapponesi, a cominciare dalla Toyota, che faceva da sponsor del secondo trofeo che veniva consegnato al vincitore. Il Flamengo avrebbe affrontato il Liverpool, che a maggio aveva sollevato per la terza volta nella propria storia la Coppa dei Campioni.

I Reds contavano sull’estro e il carisma di giocatori come Kenny Dalglish, Graeme Souness e Terry McDermott. In porta, emergeva lo stile bizzarro di Bruce Grobbelaar, che aveva avuto un drammatico passato da soldato nella guerra civile in Rhodesia, arruolato nell’esercito della sua nazione, lo Zimbabwe. In panchina, il manager degli inglesi era un monumento, Bob Paisley, l’uomo che aveva raccolto il lascito dell’edificatore del grande Liverpool, Bill Shankly. Tutto questo non bastò neppure per creare una minuta preoccupazione al Flamengo. Zico servì a Nunes due assist baciati, che il centravanti trasformò in gol. In mezzo, fu Adilio a segnare l’allungo brasiliano, ribattendo in rete una corta respinta di Grobbelaar su una punizione (indovinate un po’…) calciata da Zico.

La dimostrazione di superiorità del Flamengo fu evidente. Gli osservatori vennero impressionati dalla miscela di adamantino talento e di arguzia tattica che il Flamengo aveva esibito davanti ai 62000 spettatori presenti al Kokuritsu Kasumigaoka Rikujō Kyogijō, l’impianto di Tokyo, mentre dagli spalti arrivava il suono incessante – e non esattamente gradevole – emesso dalle trombe da stadio che sarebbero rimaste a fare da colonna sonora a tutte le edizioni dell’Intercontinentale che si tennero in Giappone, urticanti antesignane delle vuvuzela sudafricane.

Jorge Jesus, il guru portoghese che è riuscito a riportare la Libertadores ai rubronegro, si prepara alla solenne sfilata del Mondiale per club. Dall’11 al 22 dicembre, la Coppa si gioca in Qatar, capitale del calcio business cui è già stata “appaltata”, tra molte polemiche e altrettante perplessità, l’organizzazione del Mondiale delle nazionali, nel 2022. Da un lato del tabellone c’è il Flamengo, dall’altro il Liverpool, campione d’Europa in carica. Se non ci saranno sorprese (in realtà, in questi anni non sono mancate, quindi attenzione), andrà in replica la finale del 1981. Gabigol non è Zico, ma può somigliare a Nunes. Corsi e ricorsi storici, già.

Matteo Fontana
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