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Il Siddhartha delle onde

Federico Morisio è un personaggio terribilmente centrato. Sulla tavola e nella vita. Ha trovato l’onda giusta, quella che non si cerca, ma si aspetta, e partendo ha capito cosa vuole. Ora si relaziona come un santone alla ricerca della felicità declinata al mare. In questo modo il surf non è follia, ma crescita, e le onde non fanno paura.

Mettiamola subito sul pratico, senza tanti giri di parole: le onde non si misurano in metri ma in livelli di paura.

“Quella c’è sempre. In spot complicati come a Maui entro in acqua ancora con timore sapendo che mi troverò davanti a muri d’acqua da dieci metri. Lì, poi, c’è l’onda Jaws che arriva a 15 metri. La società non ci insegna come affrontare le difficoltà, ci propongono modelli vincenti senza farci capire quanto sia difficile raggiungerli. I top atleti arrivano dove sono tramite un percorso fatto di fallimenti, noi pensiamo che sia tutto facile. Ma non è così”.

Federico Morisio è un personaggio terribilmente centrato. Sulla tavola e nella vita. Ha 23 anni e duecento idee condivisibili. Parla con una certa cognizione di causa ma non vuole mai importi il suo punto di vista. Vive tutto in maniera apparentemente leggera ma pesa ogni pensiero per dargli più credibilità possibile. È nato a Torino. Cortocircuito geografico per chi cavalca l’onda con tavola e vela.

“Io ho avuto questa fortuna di un papà, Maurizio, che mi ha passato la passione a otto anni; ho iniziato in Corsica ma ogni vacanza era dedicata al windsurf. In Brasile, in Marocco o Santo Domingo. Fino a 18 anni il windsurf è rimasto uno sport estivo. Una cosa da vacanza. Ho praticato mille sport ma in nessuno di questi ho trovato la giusta motivazione per intraprendere la carriera di professionista”.

D’altra parte bisogna sapere aspettare l’onda giusta, quella non arriva quando lo decidi tu ma quando lo vuole il mare. E l’onda giusta arriva. Eccome se arriva.

“Finita la maturità scientifica mi hanno regalato un viaggio a Maui, la mecca del surf. Questo viaggio mi ha cambiato, ho visto un mondo che mi ha fatto capire cosa volessi veramente fare nella vita. Ho lasciato tutto, a cominciare dalla facoltà d’ingegneria, dove avevo cominciato a settembre. Ho fatto un salto nel vuoto, tutti dicevano che ero bravo ma da qui a puntare tutte le mie fiches sul surf ce ne vuole… ho fatto un all in!”.

L’onda, dunque, è arrivata e non si poteva fermare. Al massimo, si poteva provare a cavalcarla.

“Io l’ho preso molto seriamente, sono partito tardi per recuperare un gap che avevo in quanto nato a Torino.
Ho preso delle belle sberle e le sto prendendo ancora. In generale è stato tutto un crescendo, sia a livello di risultati, di visibilità, di fiducia. Mi sono reso conto che ci vuole tempo per fare le cose importanti. A 19 anni volevo tutto, ma solo nel 2017 ho vinto la mia prima gara internazionale. Il windsurf non è uno sport facile ma questo crescendo continuo mi ha permesso di crederci sempre di più”.

Il surf è uno stile di vita, troppo facile. Il surf è follia ma solo per chi non lo conosce. Il surf è definito da chi ne ha fatto una ragione della propria esistenza.

“Libertà, adrenalina, gioia, divertimento. Quando inizi a vederlo come uno sport la parabola di apprendimento cala, è successo anche a me. Lì è entrata in gioco la capacità di gestire la mia attitudine: eliminare le scuse, cercare di creare una predisposizione al successo. Guardare al futuro, lavorare duro. Io credo che la felicità ti porti al successo e non il successo alla felicità”.

Federico si relaziona come un santone alla ricerca della felicità declinata al mare. Parla come un guru e, forse, lo è. Lui ha capito cosa vuole. Sembra avanti anni luce rispetto a coetanei ingabbiati in stereotipi che li porteranno a essere adulti tristi.

“Sono io il pazzo agli occhi di tanti. Eppure ho conosciuto bravi ragazzi a cui la nostra società mette tante pressioni costringendoli a non fare quello che veramente amano. Ho visto persone che vivono con 500 euro al mese e sono felici, ma anche persone che si spaccano il culo per raggiungere il proprio obiettivo e vivono bene questo sacrificio. Vogliono imporci un modello in cui la gente è felice quando raggiunge il proprio obiettivo, in realtà la felicità è il viaggio. Questo concetto ti permette di lavorare duro per raggiungere il tuo sogno. Non abbiamo tempo per capire chi siamo e cosa facciamo, io ancora adesso mi sto conoscendo sempre di più. L’iter classico di vita che abbiamo noi giovani non lascia spazio alla conoscenza del proprio essere”.

Diciamo che il ragazzo sembra essere a buon punto nel percorso di presa di coscenza di sé stesso. Anzi, a ben guardare gli zombie che si aggirano tra le nostre strade sembra di essere di fronte a un vero e proprio Siddharta.

“Viaggiando conosci una piccola, grande, comunità di individui belli; mi sono accorto che il miglioramento come persona dovuto ai viaggi, all’affrontare problemi nuovi, posti nuovi e culture nuove è una prova che ti spinge ad aprire la tua mente”. Una filosofia di continua crescita che viene applicata anche all’amore. «Io e Macarena ci siamo conosciuti in Chile e, alcune volte, rimaniamo anche due mesi senza vederci ma io lo trovo bello perché ci permette di essere egoisti focalizzandoci su noi stessi. Per poi vedersi e stare insieme. E stare meglio insieme”.
Un piccolo, meraviglioso, trattato sulla gestione della vita di coppia. Non è importante la quantità del tempo passato insieme, ma la qualità.

“Avevo un giro di amici ma sono stato pronto a sacrificare tutto, da un giorno all’altro mia madre non mi ha più visto. Combattere per il mio obiettivo è quello che mi rende felice”.

Può avere paura di un’onda questo uomo? La risposta l’ha data lui.

Foto: Rise Up Duo
Testo: Francesco Costantino Ciampa

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