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Ezio Vendrame, professione sopravvivente

Dribblava, scriveva, amava. L’uomo che fu artista prima che calciatore

“Rapide fughe, rapide fughe, rapide fughe”, cantava Piero Ciampi. Rapide fughe. Come quelle palla al piede del suo grande amico e compagno di vita Ezio Vendrame.

In questi giorni il mondo del calcio piange un interprete raro, forse impareggiabile per profondità di pensiero e sentimenti. Un artista del pallone, un artista della vita.

A stampa e nostalgici contemporanei piace definirlo il ‘George Best italiano’, il ‘Controcalciatore’, focalizzandosi sulle note attitudini sregolate e sull’intramontabile verve polemica.

A noi piace ricordarlo come qualcosa d’altro, qualcosa di unico: un’entità letteraria calata, quasi per sbaglio, sul prato verde.

Per Ezio iniziò tutto con un’infanzia in orfanotrofio, mai a nessuno nascose quel periodo imposto dall’alto, dal destino: “Se l’infanzia mi ha fatto essere quello che sono, ho avuto un culo della madonna. In orfanotrofio ho imparato che se le cose non le conosci col cuore, cammini senza gambe”.

Poi venne l’epifania calcistica: Lanerossi Vicenza e Padova le stagioni fulcro di una carriera abbracciata agli anni ’70. Un decennio magmatico e ispirato, in cui le performance di Vendrame assurgevano a metafore di ribellione e libertà. Prestazioni altalenanti e rapsodiche, dal fascino alternativo, ermetico.

Dribblava, baciava, segnava, amava.

Il capello lungo ad accompagnarlo, iconica caratteristica di chi veramente credeva in una rivoluzione generazionale, in un mondo altro, distante anni luce da omologazione e serialità.

Le sue erano note di eccentrico cantautorato calcistico. Vendrame si divertiva nell’alternare assoli, rime e pizzicate di chitarra nei pressi delle aree di rigore.

Rapide fughe, dunque. Serpentine sulle corsie laterali, tra le gambe e le personalità dei giganti dell’epoca. Come al Meazza, quando colpì nel profondo Gianni Rivera, perforando l’Abatino nell’intimo spazio lasciato tra i due scarpini.

“Nella vita quando una persona si presenta a gambe aperte… Si aspetta sempre qualcosa”, avrebbe detto a distanza di anni l’allora ala vicentina.

A Vendrame non piaceva segnare, preferiva lasciare l’onere ad altri colleghi più pragmatici, meno lirici. Gli bastava semplicemente emozionare, trovando vie e metodi alternativi di domenica in domenica.

A dirla tutta, il gol per il friulano fu sempre una sorta di tabù imposto, di negazione del sentimento, una macchia impura nel disinvolto spartito calcistico.

“Il gol è la fine di tutto, interrompe un’emozione: come quando raggiungi l’orgasmo in un amplesso e realizzi che dovresti ricominciare. È una cosa terribile. Di bello c’è tutto quello che viene prima: le coccole, i baci, le carezze, i passaggi d’esterno, i tunnel, le giocate”

Preferiva prendere il palo, Vendrame. Lo dichiarò più volte, sempre domandandosi il perché nessuno esultasse con lui dopo un montante scheggiato. Era fatto così il dribblomane di Casarsa: faceva discutere, faceva sussultare e, a volte, perfino morire.

Come all’Appiani di Padova, durante un aggiustato Padova Cremonese, con i lombardi guidati da capitan Mondonico che, in aria di promozione, avevano strizzato l’occhio ai biancoscudati.

“C’era un tacito, ma neanche troppo tacito, accordo. Tutta la partita scorreva con le squadre in possesso palla nelle rispettive metà campo. Ad un certo punto ho percepito l’umore del pubblico e ho voluto dare un po’ di spettacolo: d’altronde avevano pagato il biglietto. Così ho preso il pallone e sono corso verso la nostra porta. Arrivato davanti al portiere mi sono fermato e ho finto di calciare: erano tutti increduli. Un cardiopatico morì d’infarto in quel momento, me lo dissero a fine partita. Mi dispiace, ma se qualcuno con problemi al cuore decideva di venirmi a vedere… Beh, era un suicida”

Bisognava abituarsi al genio creativo di Vendrame. Gli annali ci consegnano stralci di partite ai limiti della realtà, istanti che, visti dal vivo, devono aver destato tante domande e pochissime risposte.

Un’abitudine su tutte: quella di salire con i due piedi sul pallone per scrutare non l’orizzonte, come tanti ipotizzavano a quei tempi, ma l’intero perimetro del campo.

“Lo vedevo nei film, soprattutto nei western. Le vedette portavano una mano sopra gli occhi e guardavano. In campo facevo la stessa cosa stando sopra il pallone, potevo capire meglio dove fossero i miei compagni per lanci di 40-50 metri”

L’estro applicato, il pensiero reso tangibile. Si crearono, come prevedibile, una miriade di leggende attorno ad un personaggio di tale caratura. Alcuni anonimi confidavano di averlo visto con galline al guinzaglio, in perfetto stile meroniano; altri di aver assistito ad amplessi negli spogliatoi prima, durante e dopo le partite.

Perché Vendrame era un donnaiolo, o meglio, Vendrame adorava le donne: differenza concettuale abissale. Amava profondamente, seguendo un preciso e, contemporaneamente, impreciso iter emozionale, trovando l’estasi in legami profondi e intensi.

“Le ho amate tutte, una per una, non ho mai fatto l’amore senza sentimento”

Baciò anche in campo, trasponendo i suoi slanci amorosi in un’altra iconica scena del suo carosello calcistico. Era la coppa Anglo-Italiana, era Vicenza-Blackpool. Un difensore, tale Wilkins, fu costretto ad inseguirlo per novanta minuti, irriso e sbeffeggiato. All’ennesimo tackle terminale Vendrame reagì istintivamente, atterrando l’inglese. Se ne dispiacque.

“Gli tesi la mano, volevo scusarmi. Lui la rifiutò. Allora lo presi, lo abbracciai e gli misi in bocca qualche centimetro di lingua. Lui rimase inebetito, completamente folgorato”

Il campo vissuto come un palco. Il fischio d’inizio catapultava Vendrame in una piece teatrale priva di canovaccio. Il calcio giocato era un rispettoso tributo al pubblico, pubblico che spesso trovava un preciso ruolo nel dialogo di scena ‘vendramiano’.

Come a Udine, con i tifosi di casa decisamente sopra le righe. Insulti, maledizioni e minacce. Vendrame arrivò nei pressi della bandierina, la usò per soffiarsi il naso, come da tradizione, si voltò verso il popolo bianconero e promise: “Adesso segno”. Pochi istanti dopo arrivò il gol olimpico.

Uomo di cuore, uomo di emozioni, capace di regalare una pelliccia di cammello appena comprata ad un gitano mendicante: “Ho passato tutto l’inverno senza cappotto, ma non ho mai sentito tanto caldo in vita mia…”.

La sua passione per il gentil sesso era pareggiata solo da quella per poeti e raffinati musicanti. Uno su tutti Piero Ciampi, per cui Vendrame si fermò durante una gara casalinga in quel di Padova. “Lo vidi entrare allo stadio. Mi fermai, presi la palla in mano e lo salutai. Davanti a un poeta il calcio si deve fermare”.

Non accettò contratti faraonici, o meglio, li evitò un po’ per paura di cambiare sé stesso, un po’ per ingenuità. Finito il calcio giocato si dedicò ai componimenti, a poesie e racconti, mettendo in ordine, o in disordine, il proprio vissuto.

Continuò ad allenare i settori giovanili, per poter parlare ai ragazzi di “Musica, arte e valori umani: di tante cose più importanti del pallone. D’altronde se una persona è zero e fa il calciatore, quando il pallone si sgonfia quella persona resta zero”.

Gianni Mura di lui scriveva: “Se le carte d’identità consentissero queste licenze, sulla sua alla voce professione dovrebbe esserci scritto: sopravvivente”.

Sopravvivente a un’infanzia anomala, a un calcio che lo desiderava ma, contemporaneamente, rifuggiva i suoi istinti anarchici.

Sopravvivente ad un’industria in rapido e inesorabile facimento, che forse non l’ha mai pienamente compreso e meritato.

Ezio Vendrame è morto a 72 anni. Con lui se n’è andato un pezzo di calcio, quello di cui sempre più si sente la necessità, quello di cui sempre meno si sente la presenza.

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