Intervista al pilota dello SKY Racing Team VR46, ad uno dei talenti più cristallini della Moto2

“Se penso ai miei primi ricordi legati alle moto, penso al parcheggio vuoto dell’A&O di Viserba, al mio babbo che mi fa girare lì, osservandomi, parlandomi”. Gli occhi di Marco Bezzecchi s’illuminano immediatamente tornando ad un passato remoto che remoto, più di tanto, non è.

Perché è vero, il romagnolo classe ’98 da quell’asfaltato parco giochi di provincia ha fatto molta strada, ha tratteggiato innumerevoli pieghe, ha visto infinite bandiere a scacchi: come quella del Red Bull Ring, che domenica ha sancito la vittoria della sua Kalex numero 72 e il definitivo guanto di sfida lanciato all’australiano Gardner per il Mondiale Moto2. Perché è vero, le sirene della MotoGP hanno già cantato nella sua direzione, irresistibili e ammalianti, potenti come la regina delle cilindrate, inebrianti come le linee dipinte dal ‘Diablo’ Quartararo.

Eppure Marco non pare cambiato da quelle prime prove di equilibrismo motociclistico, sommerso da riccioli e genuinità romagnola sembra ancora disperso nell’officina paterna, con le mani sporche d’olio e gli occhi immersi nell’anatomia meccanica. Ci dipinge questo sentito quadretto familiare all’interno del box WITHU, appena dopo aver tirato al limite una delle macchine preparate per l’evento ‘Riders meet Rally 2’.

“Mio nonno ristrutturava moto d’epoca, mio padre invece era un meccanico di camion. Respiravo la loro passione, ne sono stato irrimediabilmente contagiato. Sono nato guardando le corse, in casa mia era una sorta di rito religioso. Loro mi hanno anche trasmesso la passione del lavoro sui motori, non per niente ancora oggi mi piace spataccare un po’. In officina, poi, regalavano al babbo i biglietti per il Mugello, sono cresciuto su quei prati… Girarci a distanza di qualche tempo è stata un’emozione bellissima, ho sognato a lungo di percorrere quelle curve. Ora, quando passo e vedo i tifosi sui prati, penso sempre al fatto che lì ci possa essere qualche ragazzino come me, con i miei stessi sogni”

Proprio sul circuito fiorentino Marco ha maturato una forma di devozione per chi, facendosi chiamare ‘Dottore’, nelle prime due decadi del nuovo secolo è stato in grado di rifondare la storia motociclistica internazionale. Quando si parla di Valentino Rossi, Bezzecchi modifica tono di voce, mescolando profondo rispetto a consapevole eccitazione.

“Al Mugello era tutto giallo, un mare di giallo. C’era solo Valentino Rossi e quando cresci così, con un personaggio del genere, con un pilota in grado di vincere sempre, sei segnato indelebilmente. È indelebile anche il mio ingresso nell’Academy, non riesco a descrivere cos’ho provato in quel momento e non riesco a descrivere cos’ho provato quando Vale e gli altri mi hanno detto che mi volevano nel team. Arrivavo da una stagione faticosa, in cui ero caduto spesso e avevo fatto brutte gare. Loro mi hanno fatto capire che credevano in me, un qualcosa d’impensabile. Poi sono andato forte, per fortuna…”

E Marco da quel momento non ha smesso di andare forte, diventando uno degli attori protagonisti della Moto2 e volto di spicco dello SKY Racing Team VR46. Andare forte, però, porta inevitabilmente responsabilità, riflettori puntati, pressioni esterne. Il pilota 22enne solleva leggermente il cappello quando vengono sfiorati questi temi, quando si vede lambito dalla definizione di ‘capitano’.

“Sono cose che bisogna mettere in conto, quando fai risultati la gente giustamente crea aspettative su di te. I tifosi non lo fanno con cattiveria, però a volte non è facile: sai bene cosa devi fare, ma se senti ripetere milioni di volte altre cose rischi di andare fuori fuoco. La vittoria può diventare una sorta di ossessione e l’ossessione è un gran casino… Amo il fatto che una volta salito in moto e abbassata la visiera riesco a dimenticarmi di tutto questo. Io sono convinto di poter andar forte, non sono agitato, sono tranquillo. Se il risultato non arriva non muore nessuno, penso che l’importante sia provarci fino alla fine e divertirsi: se ci si diverte tutto è più facile”

Tutto è più facile, come nel rettilineo del Red Bull Ring. Tutto è più facile, come il potenziale approdo in MotoGP della prossima stagione, passo quasi scontato alla luce del fresco rinvio. Una scelta che ha fatto discutere, quella di non sposare nel breve il progetto Aprilia, una scelta figlia, in realtà, di una machiavellica maturità e della volontà di non bruciare tappe anzitempo.

“Quando sono passato dalla Moto3 alla Moto2 pensavo di essere pronto. Forse lo ero, ma stando ai risultati è stata una scelta sbagliata. Certo, mi sono trovato in un anno particolare, con la KTM in procinto di ritirarsi… Probabilmente, però, mi sarebbe servita un’altra stagione di preparazione in Moto3. Con la MotoGP non volevo fare una mossa affrettata, non volevo ripetere l’errore. Ho bisogno di avere obiettivi chiari in testa: quando ci andrò, ci andrò per fare bene”