‘Riders Meet Rally 2’, quando i motori s’incrociano

Siamo stati ad Erbezzo, dove giovani stelle delle due ruote si sono messe al volante per un gustoso omaggio alla velocità

Le strade di Erbezzo ricordano le abitudini climatiche della Lessinia, veloci e imprevedibili, come le nuvole che accompagnano le giornate in questa montuosa zona di Verona, come le manovre di Umberto Scandola, enfant du pays e volto di spicco del rally nazionale.

Proprio Scandola e la sua Hyundai i20 R5 del Team Hyundai Italia sono stati protagonisti dell’evento ‘Riders meet Rally 2’, al loro fianco ospiti d’onore dell’alta velocità, temporaneamente prestati dalle due ruote. Il direttore sportivo della VR46 Academy Uccio Salucci, i piloti Luca Marini, Marco Bezzecchi e Celestino Vietti per una giornata hanno dimenticato traversi e cordoli, per mettersi al volante nelle terrose e affascinanti stradine della provincia veronese.

Una kermesse di presenti e future stelle dei motori, una Cross Opportunity voluta e organizzata da WITHU, compagnia che si occupa di servizi come luce, gas, internet, fisso e mobile, e che riunisce nella propria orbita di sponsorizzazioni sportive realtà come Sky Racing Team VR46, Petronas Yamaha Sepang Racing Team e Hyundai Rally Team Italia.

“L’anno scorso avevamo fatto l’evento in Toscana”, ci racconta Matteo Ballarin, Presidente di WITHU, “Avevamo corso in una tenuta privata, ma risultava tutto asettico. Il team è di Verona, la famiglia Scandola è di Verona, io sono di Verona. Erbezzo è stata la scelta più corretta, una scelta in cui sono risultati fondamentali gli Scandola stessi e il loro rapporto diretto con il territorio. Il rally per me è passione, ero molto appassionato da giovane, il mondo MotoGP è invece un amore più recente. Sono due sport che in modo diverso mi piace molto vivere. Mi piace molto l’affiatamento delle squadre: c’è un protagonista, il pilota, che senza il supporto di quelli dietro, però, non riuscirebbe a raggiungere risultati. Questa metafora la utilizzo per raccontare la mia azienda, trovo sia perfetta per comunicare quello che è WITHU”

È comprensibilmente emozionato Umberto Scandola, attualmente padrone del Campionato Italiano Rally Terra, che in uno dei pochi momenti di pausa dagli svariati tour effettuati sul circuito di casa, ragiona su come sia “bello tutto questo, perché è bello vedere il proprio paese vivo, che vive con te la tua passione. Io questi poveri concittadini li ho tormentati tra prove e rally… Però vederli qui, riuniti a fare il tifo e a condividere questo momento di festa è assolutamente piacevole”

Divertenti, invece, le reazioni dei funamboli delle due ruote dopo essere stati a contatto con il volante. Stupito Celestino Vietti: “Oggi sto capendo che la macchina da rally è una macchina da corsa vera e propria, ti dà un’adrenalina mostruosa, ha una gran potenza. La frenata è veramente aggressiva rispetto alla moto, dove devi essere più lineare”.

Parole parzialmente confermate da Marco Bezzecchi: “A me piacciono molto le macchine, anche i go kart, non avevo mai guidato una macchina da pista o da rally. Mi si è spenta 5-6 volte nel giro di un metro e mezzo, però quando sono riuscito a partire è stato molto bello”. “Mi è sempre piaciuto guidare macchine, ti trasmette qualcosa di bello, anche se le emozioni che provo con la moto sono inarrivabili”, chiosa sorridendo Luca Marini.

Intervista di Gianmarco Pacione

 

Credits

Ufficio Stampa WITHU
Rise Up Duo  


Luigi Busà, il mio karate è leggerezza

Dal tatami di Avola alle Olimpiadi di Tokyo, intervista al pluricampione siciliano che del karate fa un’arte personale

Dietro i propri sorrisi, dietro la propria parlata spigliata, Luigi Busà cela un’emozione enorme, un’emozione secolare: è l’emozione di un movimento intero, quello del karate. L’arte marziale nata sull’Isola di Okinawa esordirà in una rassegna olimpica, lo farà in patria. Sui tatami del Sol Levante la ‘via della mano vuota’ assumerà la propria forma più sportiva e meno spirituale.

Uno dei volti più importanti di questa storica prima volta è Luigi Busà, ciclonico siciliano che dal kumite (forma di combattimento del karate) è stato allevato, formato, accompagnato senza sosta.

Da un’isola all’altra, dal Pacifico al Mediterraneo, dalla vasta prefettura di Okinawa al piccolo centro abitato di Avola, profonda e immutabile provincia di Siracusa. Tutta la storia di questo 33enne già due volte campione mondiale e cinque volte oro europeo è indissolubilmente intrecciata a questa disciplina orientale, una forma di artistica e trascendentale violenza che Busà ha imparato a respirare già dai primi anni di vita.

“Mio padre era allenatore, mia madre lo aiutava. Io e le mie sorelle facevamo sempre lo stesso tragitto, casa-palestra, ogni giorno. Uscivamo di casa ed entravamo in un’altra casa. Di quei primi tempi ricordo l’intenso odore del tatami, spesso mi addormentavo e mi risvegliavo lì. Sono cresciuto ad Avola, un luogo scordato da molti, è tranquillo, una tranquillità che ti spinge a fare cose sbagliate per evadere… Io stesso ho fatto degli errori, il karate mi ha salvato. Oggi sono orgoglioso di rappresentare Avola, di portarla alle Olimpiadi e di portare con me tanti di quei concittadini che in me vedono un punto di riferimento, un esempio da seguire”

L’esempio da seguire in palestra, per Busà, è stato fin dall’infanzia quello del padre-maestro. Un esempio obbligato, di complessa gestione emotiva e sportiva, un esempio disposto a sacrificare buona parte della tenerezza paterna sull’altare della grandezza marzialista.

“Da fuori la gente ha sempre visto solo il bello del nostro rapporto, ma non è facile gestire il triangolo padre-figlio-maestro. Lui era molto esigente, spesso mancavano gli abbracci, le carezze. Il problema principale era lontano dal tatami, a casa mi ritrovavo a parlare unicamente di karate. Non staccavo mai. Una situazione pesante, che tante volte mi ha fatto pensare di mollare: poi è sempre prevalso l’amore enorme per questo sport. È successo anche poco tempo fa, da numero uno al mondo volevo dire basta, non ce la facevo più. Poi ho riflettuto, io e mio padre abbiamo mutato in meglio il nostro rapporto, ho capito che una carriera vincente può essere tale anche se affrontata con maggiore leggerezza: il mio karate ha bisogno di leggerezza”

Leggerezza che nel caso di Busà diventa estro, illuminazione, composizione creativa. Il suo karate è atipico per definizione, è un vorticoso susseguirsi d’ispirazioni estemporanee, spesso incomprensibili per avversari, pubblico, addirittura per sé stesso.

“La massima espressione del mio karate è associata al divertimento. È un qualcosa d’innato, non è schematico, a volte nemmeno io so come mi escono alcune combinazioni. Con un po’ di presunzione dico che posso perdere solo se ho paura di sbagliare: se sono nella giusta condizione mentale, in quell’habitat che coincide con il mio modo di affrontare la vita, ridendo e ‘cazzarando’, il mio corpo finisce per produrre fantasie spettacolari, inattese, estetiche ed efficaci”

Fardello o chance, obiettivo razionale o sogno. Vivere Tokyo affidandosi al puro concetto di divertimento non dev’essere facile per Busà, giunto in Giappone come uno dei favoriti nella categoria 75 chili e con la consapevolezza di affrontare un momento potenzialmente unico non solo per la sua carriera, ma per l’intero karate italiano.

“Quest’unicità dell’evento mette paura, è innegabile, ma è anche bella. Il campione può e deve fare la differenza in circostanze come questa. Nonostante il karate sia una sport situazionale per definizione, dal 2003 ad oggi ho sbagliato poco. Non è stato semplice o scontato, di mezzo ci sono un numero infinito di sacrifici, di difficoltà giornaliere, di dolori fisici. Vedo le giovani generazioni, il nuovo che avanza e, nonostante ciò, provo ancora a suonare la mia musica. Sul tatami olimpico combatterò per gli avolesi, per i siciliani, per tutti quegli italiani che hanno permesso al karate di radicarsi nel nostro Paese, ma che non hanno mai avuto l’opportunità di combattere sotto i cinque cerchi, di vivere questo sogno”

Credits

Luigi Busà
IG @luigibusa1

Foto di Dao
@dao_sport

Video di Youtube

Intervista di Gianmarco Pacione


Brad Walls aerial photography

Gymnasts, swimmers, dancers. From above, sport becomes a form of design

Sport in Brad Walls’ works is synonymous with perspective, elegance, geometry. Each composition conceived by this award-winning aerial photographer is in balance between surrealism and perfection, between design and harmony.

In front of the lens of this Australian artist, the sporting element becomes as fundamental as symmetrical spaces and guidelines; the grace of dancers, gymnasts and swimmers embellishes places with an undefined identity, mainly aquatic contexts capable of attracting eyes and minds.

We interviewed this aerial poet. Enjoy the reading.

How was your artistic passion born and how has it evolved over time?

My artistic passion was born through my curiosity and critical thinking nature. For as long as I’ve known I have always been in tune with the ‘What if’ mentality. Ultimately this lead me pick up a camera with no boundaries.

What role did sport play in your artistic production?

I believed that sport was portrayed in a very documentary style, which is fit for purpose. However, when you take a step back, there are so many elements of the sport and sports person that can be highlighted in an artistic way. For example my image “Ball Up” of a tennis player serving – the use of diagonal lineage drew viewers into the subject even further.

How do you choose the subjects to portray and what makes you decide from which aerial distance to shoot?

The lowest hanging fruit is always any sport that happens to be artistic  – gymnastics, synchronised swimming… If the sports are not artistic, the next is to examine the sports movements and their environment. If I can apply design principles to the movements and the environment in a harmonious way, I will often target those sports.

Why is your work particularly focused on the feminine grace of synchronized swimming and rhythmic gymnastics?

As stated in my previous question, artistic sports were the most obvious choice due to being more visually pleasing. I’ve often targeted femininity in my work, as the female body worked best with my aesthetic due to its delicate and softer shapes, as opposed to the male body with a boxier, squarer shape.

What are the chromatic and visual factors that must always be present in your compositions?

My work focuses heavily on composition, look at negative space, leading lines and symmetry, these elements are all found within my work. Colour theory also plays an important role, ensuring there is visual harmony with the colours on the page.

What would you say to those who think aerial photography can be visually limiting?

That theory is false. Aerial photography, or close-to-subject aerial photography, is relatively new, so everyone is experimenting and finding out what ‘works’. Busby Berkely and Massimo Vitali used ladders to create the same angled effect, however I am using a drone. Every artist builds on the works of another artist before them, and for me the technological shift has aided a new generation of artworks

Do you have any plans for the near future? Will you also explore new sports with your camera?

My sports collection will continue to be explored, but I am not rushing it. I would love to revisit artistic swimming with a twist, I have had some ideas that I’ve put on paper, but nothing set in stone. It’s important to have a solid break from each series and the subject matter. At some point my sports will blend with more contemporary work, which I am excited to explore. I do plan to someday do a book with a sports theme, but that is quite far away. I am focused on my ‘Pools’ collection right now for 2022. 

Credits

Photo by Brad Walls
IG @bradscanvas
bradscanvas.com

Text by Gianmarco Pacione


Russell Athletic, dove la felpa ebbe inizio

Un giocatore di football, un padre imprenditore. La felpa, prima di divenire un capo di massa, fu inventata per il campo

Indossare una felpa: uno dei gesti, una delle abitudini più diffuse nel globo intero. Ragionare sulle origini di questo capo d’abbigliamento, invece, è pratica meno comune. Eppure, rovistando nella storia del primo Novecento, si viene a scoprire un affascinante intreccio tra sport e imprenditoria, tra football americano e affari familiari.

Era il 1926, era l’Alabama, erano i tempi di un football giocato nel fango, di campi spelacchiati distanti anni luce dai brillanti sintetici oggi onnipresenti in ogni high school e college d’oltroceano.

Benjamin Russell Jr. era figlio di Benjamin Russell, imprenditore di Alexander City. Nel 1902 Russell Sr. aveva fondato una piccola azienda, la Russell Manufacturing Co., un polo produttivo capace originariamente di sfornare poco più di un centinaio di capi intimi al giorno.

Nel giro di pochi decenni quella stessa azienda assistette ad una virata produttiva e finanziaria epocale, divenendo la principale produttrice di abbigliamento sportivo di tutti gli Stati Uniti. Passaggio chiave per questo decollo fu l’invenzione di un tanto semplice, quanto virale capo: la felpa.

Era il 1926, dunque, era l’Alabama, erano i tempi di un football giocato nel fango da Russell Jr. e compagni. Una richiesta, semplice ed efficace, bastò a mettere in moto il lato creativo della famiglia di Alexander City.

I giovani giocatori di football erano infastiditi dai maglioni di lana che erano costretti ad indossare durante partite ed allenamenti. Distantissimi dai materiali tecnici odierni, quei capi obsoleti, inadatti alla pratica sportiva, causavano loro costanti irritazioni alla pelle.

Così ecco l’illuminazione in casa Russell, ecco nascere la felpa, sweatshirt in inglese, letteralmente maglietta per il sudore: usando come base di partenza il pezzo superiore del completo intimo femminile, i Russell fecero cucire la classica felpa dallo scollo tondo, pensando anche ad un’aggiunta, un’apposita zona triangolare di tessuto appena sotto il colletto, atta alla raccolta di sudore.

In pochi anni la felpa Russell contaminò ogni yard con il suo aspetto cool, con il suo cotone confortevole, egemonizzando il panorama del football americano: basti pensare che nel 1930 i Russell fondarono una nuova compagnia, la Russell Manufacturing Company per la sola produzione di felpe.

Come spesso accade nella storia dell’abbigliamento, la felpa esondò dal campo ai costumi di tutti i giorni, diventando oggetto d’uso quotidiano capace di resistere al tempo e alle mode. Quello dei Russell resta, ancora oggi, uno degli esempi più virtuosi d’innovazione sportiva in grado di segnare cultura popolare e abitudini delle grandi masse.

Credits

Photo by Russell Athletic

Text by Gianmarco Pacione


Confórmi: forms belong to no one

Interview with Davide Trabucco, the artist who turns the pre-existing into contemporary design works

Forms belong to no one. Davide Trabucco’s artistic philosophy reveals this to us. It’s an atypical philosophy translated into visual combinations and collages of paintings/snapshots. The results are optical lyrics made by statues, sports instants and objects connected and inspired by aesthetic taste.

Confórmi is the visual archive that shapes this visions, a project that manage to combine art, design, architecture and sport – a constantly updated catalogue, based on the need to create an unexpected sensorial shock. In Trabucco’s works visual certainty become uncertainty, sharing deep, irrational and enigmatic nuances.

We explored this alternative world, where everything change its original meaning, and we visited a special gallery populated by sports icons.

Hendrick Goltzius, Icarus, from The Four Disgracers, 1588 
VS
 Wainer Vaccari, Calciatori Panini, Logo, 1969
Gian Lorenzo Bernini, Apollo and Daphne, Galleria Borghese, Roma, Italy, 1623-1625 VS Mano de Dios, Estadio Azteca, Mexico City, 22 June 1986

What is the genesis of this visual archive? And what is the vision behind this project?

Confórmi was born from the need to order my heritage of visual references. I wanted to share these web references share with everyone my perspectives of the world.

The images of this archive are “stolen” from the web, and it was natural to think of a way to give them back to the web world.

Instagram turned out to be the ideal place to share these images, because more than others it’s the social network that works effectively with these kind of contents. Texts don’t matter on Instagram.

 

What are the meanings of the name ‘Confórmi’ and claim “the forms belong to no one”?

Choosing a name was crucial for being recognized on social networks. So I looked for a word that could define one of the main factors of ‘Cónformi’: the similarity that connects the images to each other.

“Forms belong to no one” is a sort of programmatic manifesto: forms pre-exist to the things we create, in some way they’ve always been present in the world around us and we do nothing but reuse them and give them new meanings.

Roberto Baggio penality miss, Brazil – Italy, Pasadena, 1994 FIFA World Cup VS Jean-François Millet, L’Angélus, 1857-1859
Sputnik 1, first artificial Earth satellite, 1957 VS 1972 Olympic Men’s Basketball Final, Soviet Union defeats USA, first ever loss for USA in Olympic play

How does the sporting imagery fit into your artistic production?

The sporting imagery for Confórmi is mainly related to the bodies and the position they find in a certain space – a body under stress manages to enhance the muscles and shows so many different shapes.

Senna, MJ, Maradona… What kind of artistic/visual inspiration do these sports icons give to you?

Sports champions have always been present in the collective imagination and using their images elevates my work with countless meanings.

 

What does sport represent in your personal and artistic life?

In my life, sport is mainly about Inter. It’s the only thing that I constantly follow. I like individual sports, and I often watch swimming and tennis.

Sport teaches above all rationalism and regularity – factors that are also useful in an artistic journey. A lot of people believe that art is only about creativity…. But it’s not like that. It’s often necessary to stay focused on things for a long time before seeing results, like in sports.

1988 Olympic Men’s Basketball Semifinal, Soviet Union defeats USA VS Sandro Botticelli, Primavera, 1482
René Magritte, Le Principe du plaisir, 1937 VS Neil Leifer, Michael Jordan, 1991
Ayrton Senna © Norio Koike
VS
Martin Margiela, Spring Summer 2001 collection (#25)

What do you think of the connection between contemporary art/design and sport?

The connection between sport and art is eternal and has distant roots. We can just think about the countless representations of sportsmen in the classical statuary, or the many Greek and Roman architectures inspired by the sports world (arenas or stadiums) that we’ve inherited.

 

Will sports inspiration find further space in your future productions, even outside the ‘Confórmi’ project?

Sport is part of my imagination so, like all the things that inspire me, it influences the things I do. It’s always very useful to look at areas that seem to have little in common with your work, because they allow you to look at your world from a different perspective and to take advantages with new expressive opportunities.

Diego Armando Maradona, Argentina vs Cameroon | 1990 FIFA World Cup | San Siro Stadium, Milan, Italy, 8 June 1990 VS Giovanni Anselmo, Entrare nell’opera, 1971
Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD
Polychrome terracotta depicting acrobat, IV century BC VS René Higuita, “Scorpion kick”, England-Colombia, Wembley Stadium | London, UK, 6 September 1995
Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Credits

Davide Trabucco
IG @thegreatcaulfield
IG @conformi_

Text by Gianmarco Pacione


Photography goes beyond the surface, Pellicola Magazine

Sport in contemporary photography. A talk with the minds and eyes behind Pellicola Mag

Pellicola Magazine is an independent online magazine, a fascinating project driven by the desire to share, nurture and analyze the contemporary photographic universe.

Pellicola is a constant visual flow, it’s a refined gallery formed by the imagination of many current photographers. It’s an active archive of inspiring thoughts, words and, above all, images.

We contacted Simone and Greta, the minds and eyes behind Pellicola. We talked with them about the sports theme, which inevitably crosses their research. Enjoy the reading.

How was the Pellicola Mag project born?

Pellicola, as it’s known today, was born in 2015, but it’s a project conceived earlier as a Facebook page abandoned due to lack of time. In 2015 Simone Corrò took over the project, from that moment Pellicola started all over again by changing its graphics and moving mainly to Instagram, where intriguing photographs and images where inititally reposted.

In 2017 we opened the website and started to further deepen this attention to images through a more direct approach with photographers, publishing more exclusive content such as articles, interviews and stories made by the artists. The core idea of ​​the magazine has always been the desire to give voice to the works of photographers from all over the world regardless of their notoriety, ranging from emerging personalities to more well-known ones. We want to investigate and outline the various directions of the contemporary photographic panorama.

What are the artistic principles and evaluations behind your content selection?

One thing we learned with our experience in the magazine is the importance of analyzing the photographs beyond their surface, of fully understanding their origin and the reason for their existence, especially in a historical context in which, thanks to the democratization of media, we are all simultaneously consumers and creators of images at an unsustainable pace. It becomes increasingly necessary to distinguish serious in-depth works from exclusively aesthetic products, and in this sense we are increasingly looking for personalities moved by a real intention: people whose photographic projects are the result of an urgency that opens up new insights into the knowable world.

Our goal is to transform the experience of the people who follow our project into something that goes beyond the aesthetic exclusivity of the images and that claims the right space for their content. Then, obviously, what emerges from our selection is at the same time a personal taste which, like an implicit thread, binds all the publications together.

How does sport fit into your photographic universe and how does it fit, in your opinion, into the entire world of contemporary photography?

Unfortunately, sport has never found much space in Pellicola’s research, we have had very few opportunities to publish artists with projects related to this world. We think that, in general, the perception of sports photography is still today linked to the main communication channels, to the visual standards that still influence the journalistic field. The strength of your project, Athleta, lies precisely in the desire to undermine this trend, in showing new facets of this photographic genre and narrating sport from a freer and more independent point of view.

‘Rise of the Mongolians’ by Catherine Hyland makes us discover a fascinating territory which, despite its relative size, is capable of creating sumo demigods. What inspired you about this reportage?

Surely the relationship between the subjects and their environment is a very strong and interesting aspect in Catherine’s work. The photographs could have been taken in other contexts, such as in indoor gyms or during official athletes’ competitions, but the rural landscape of Teriji National Park becomes the main visual expedient to develop the project and the answer to her own research. It’s right in landscape that resides the answer: in the living conditions of its inhabitants who transport and melt the ice of the rivers in order to drink, who split the wood to keep warm, who travel kilometers on horseback. Habits that become synonymous with strength and endurance. Catherine’s photographs show this strong contrast between the desolation of the territory and the strength of the sumo fighters, two components that ultimately turn out to be one, marked by a profound causal link: being one consequence of the other.

A common thread seems evident between Catherine Hyland’s work and Joseph Fox’s ‘Against the Elements’. Icelandic football like Mongolian sumo: communities that unexpectedly carve out a prominent space in the sports scene. What struck you about Fox’s work?

Of course, in this sense the two projects carry on the same discourse and deepen this curious relationship between identity and the great echo obtained with sports competitions. What is particularly striking in ‘Against the Elements’ is the combination between football and Icelandic landscapes: a combination that creates an almost surreal atmosphere precisely because it is far from the common imagination that this universal sport has built over time. The causal relationship that characterizes ‘Rise of the Mongolians’ here is replaced by a strong enigmatic component, a sense of suspension that continues throughout the series.

‘Goshogaoka Girls Basketball Team’ shows a game that is at the same time ‘in absence’, without the ball, and ‘in presence’, characterized by strong expressiveness and gestures. What value does the sports portrait assume in Sharon Lockhart pictures?

As you say, the absence in Sharon’s work leaves room for another type of presence, the bodily, performative, expressive one. The choice not to represent the ball throughout the series allows to approach basketball with a point of view that goes beyond the game itself and focuses on all those more subtle aspects that are always part of this sport: aspects that are usually less visually investigated. Sharon’s portraits are close to the emotions of the players, they are filled with tension and leave us waiting. The same waiting that precedes every movement, every decisive moment for the athletes. But the photos are also filled with a kind of sacredness: it’s precisely this waiting, which immortalize the subjects almost like sculptural groups, that become a celebration of the sporting world beyond victories and great moments. A celebration of the humility of every look, of every breath held, of every tense muscle.

Credits

Text by Gianmarco Pacione

Pellicola Magazine
IG @pellicolamag
pellicolamag.com

Photo by Catherine Hyland
IG @cathyland1
catherinehyland.co.uk

Photo by Joseph Fox
IG @josephfoxphoto
josephfox.co.uk

Photo by Sharon Lockhart
lockhartstudio.com


How did it come to this football?

London football didn’t have a lockdown

Climb fences, discover secret passages, make random teams. How did it come to this?

In London, the world capital of football populated by thousands of teams spread between Premier League and Non-League football, the ball failed to stop even during the lockdown.

H shows off his ball skills. Mabley Green, Hackney – March 2021
Players at Power League, Tottenham gain access to a pitch through a hole in side netting – February 2021
To ensure a pitch at Power League Tottenham teams would often nominate a player to arrive as early as 8am to reserve one. This footballer has a snooze whilst he awaits his team mates / S rests post game. Tottenham Power League – March 2021

Made in the final months of England’s third Coronavirus Lockdown, this is a documentary photography series that follows footballers breaking national lockdown restrictions to play Britain’s favourite sport.

The projects of Joshua T Gibbons centres around two football pitches, Mabley Green in Borough of Hackney and Power League Tottenham in the Borough of Haringey; environmental, action and portrait photography combine to demonstrate the lengths London’s footballers will go to play the Beautiful Game.

Players debate a foul. Power League, Tottenham – March 2021
A player leaves Power League, Tottenham through a hole in the venues perimeter fence – March 2021

Credits

Text & Photos by Joshua T Gibbons
IG @joshuatgibbons
joshuatgibbons.com


Mur0ne’s dreamlike sporting urbanity

Horizontal asphalt, vertical walls, a colorful sport to unite them. Interview with the Spanish street artist

The balance between design and pop art, between horizontal asphalt and vertical walls, between imaginary worlds and dream associations. Mur0ne, nickname of Iker Muro, since 2002 has found its own virgin canvas in the urban landscape.

Born in Bilbao, his graphic-visual paths have exponentially populated the Spanish cities, quickly arriving to migrate beyond the Iberian borders. The production of this street artist has recently begun to flow into the sports universe and, at the same time, to draw from it.

During a break from brushes and paints, we asked Mur0ne to tell us about his artistic path, about his connection with sport and to lead us into those city views that he has been able to transform into unique panoramas.

How was your artistic passion born and how has it evolved over time?

I have been drawing since I was a child. I studied graphic design in my teens, which combined with street graffiti, led me to paint murals and travel the world. I never had a special interest in art, let’s say it was graffiti that led me later to become interested in more ‘classical’ art.

What role did sport play in your artistic production? Which sports are you particularly fond of?

I painted a tennis court a couple of years ago and I haven’t stopped since. The impact that social networks and the internet have to spread the work is overwhelming. I have no special connection to sports like tennis or basketball, I played soccer as a child like all children in Spain. However, the sports I am really into are sliding sports, like skateboarding, surfing, and snowboarding, those are without a doubt my sports.

Basketball courts, skateboards, tennis courts… How do your colors fit into these contexts and objects?

Well, it is clear that the courts on which I do my art are not intended for a “professional” use. They are usually schools or public courts where the interest lies more in making users (children and adolescents) discover that there are other ways of understanding the functionality of things or the approach they can give to their lives. We always tell our children that they must be doctors or teachers but when they discover that there is a guy painting the floor of the schoolyard and he makes a living out of it, their heads “explode”.

What do you think of the increasingly intense relationship between graphic/visual arts and sport?

Design, illustration, and art have always been closely linked to sport. From advances in sneaker design to the connection between street art and sports. I suppose that the freshness and intensity of both media connect perfectly and that is why sports brands want to have collaborations with urban artists.

“Wall Is My Name” is your latest publication. Would you tell us something about it? 

Wall is my name is the book that compiles at least 15 years of career as a muralist. Although there are previous images of my early days in graffiti, 20 years ago, the bulk of the book is my most current work. We have worked hard for over a year collecting images and designing a book that has a lot of weight and personal value, I cannot be happier with the result, the book has soul.

 

What are your plans for the near future? I saw that most of your works are in Spain, will you expand them more and more outside your country?

Yes, right now I am traveling to Senegal, I had the opportunity in the past to carry out a couple of projects in West Africa and, of course, I will always be ready to continue painting beyond my borders.

Credits

Iker Muro
IG @mur0ne

Text by Gianmarco Pacione


De Arte Gymnastica

Lo sport è imprescindibile armonia tra spirito e corpo, insegnava Marziale

In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, il comitato organizzatore,  presieduto dal giovane Giulio Andreotti, pubblicò a scopo celebrativo un  libro semisconosciuto, in una versione italiana moderna, quasi un secolo  dopo la sua ultima edizione. Era il ‘De Arte Gymnastica’ del medico forlivese  Girolamo Mercuriale, scritto in latino, e stampato per la prima volta a Venezia nel 1569: in sintesi, il primo trattato della storia sull’educazione fisica.

Mercuriale visse tra il 1530 e il 1606, e del suo libro Andreotti scrive così nella prefazione: “un’opera che, restituita alla vita dagli scaffali dimenticati  di una biblioteca, è destinata a sopravvivere oramai nel tempo, contributo prezioso ad una più estesa conoscenza della ‘ginnastica’ e conseguentemente, ad una più completa educazione delle nuove generazioni, nel binomio inscindibile: spirito e corpo”. In Italia, abbiamo questa tenerezza di credere nella bontà  delle cose antiche. A scuola, in un modo o nell’altro, ci insegnano il senso della storia come patrimonio da custodire. È un incrocio  tra Strapaese e Umanesimo: una sorta di effetto torta della nonna, dove il tradizionale diventa attualissimo, anche se non ha alcun legame con il presente.

Quando si apre l’Arte Ginnastica, si capisce subito che è impossibile da leggere completamente. L’Arte Ginnastica è il tipo di libro che si sfoglia una frase  alla volta, un’illustrazione alla volta. Non importa che ci voglia una vita intera per finirlo. Si prende una pagina a caso, si studia la definizione di una parola, si guarda un disegno. Funziona come una pausa caffè dello spirito, essendo uno di quei prodotti dell’intelligenza che serve a ricordarci che siamo fatti di carne.

È chiaro che l’interesse di Mercuriale è il corpo portato alla sua massima efficienza. Quando parla dell’anima, sembra quasi che le si riferisca come ad un muscolo da allenare. Uno dei passaggi più interessanti del suo testo è la descrizione della musica, nella forma della vociferazione, cioè del canto, come disciplina ginnica. Per il Rinascimento italiano, l’età classica (quella greca e poi romana) è stata l’enciclopedia di come si sta al mondo. Da qui, Mercuriale trae il principio su cui fondare il suo lavoro: la ginnastica è quella parte della scienza medica che si occupa dell’individuo quando non è malato. L’idea del movimento come cura, per quanto antichissima e convenzionalmente acquisita, oggi, nel momento in cui si comincia appena ad uscire dalla tana del lockdown, sembra rivestirsi di una luce nuova, riprendere tutta la freschezza e l’originalità con cui Mercuriale l’ha sviluppata quasi cinquecento anni fa. Fa spuntare corsette e flessioni al parco come se fossero margherite su un prato a primavera.

Perché tra le immagini più care di questa nuova stagione di riaperture, ci sono quelle di chi ricomincia a muoversi, quasi acquistando per la prima volta, dopo un tempo infinito, la consapevolezza di essere un corpo. In qualche modo, Mercuriale è il padre del dilettantismo olimpico decoubertiniano. Nel suo libro, non nasconde una certa avversione nei confronti dello sportivo di professione, quando distingue l’atleta dal ginnasta.

Atleta è colui che si esercita per vincere la gara, mentre l’attività del ginnasta è subordinata esclusivamente al benessere. Un simile anacronismo non può che maturare dalla prospettiva del medico. Ed è influenzato dalle fonti classiche, che riservano ai soli sport di combattimento (pugilato, lotta, e pancrazio) la pratica agonistica. In questo senso, considerare il pugilato un pratica di benessere è per Mercuriale una contraddizione in termini. D’altro canto, ecco come descrive le abitudini alimentari degli atleti della lotta: “Anzitutto, per quanto riguarda il mangiare e il bere, si rileva, sbagliavano sotto quattro aspetti, e cioè nella qualità, nella quantità, nell’ordine e nel tempo”. Altrettanto ferma è la condanna di un eccesso di morigeratezza nella abitudini sessuali: “Perciò sbagliavano di grosso quegli atleti che si tenevano del tutto lontani dai contatti carnali, mentre ne avrebbero avuto maggiormente bisogno, data l’abbondanza degli alimenti e la grande quantità di sangue”.

Mercuriale è un romagnolo. Ci sta subito simpatico, come un chiosco di piadine alla fine di una sgambata in riviera. L’inizio del suo trattato è brillante, perché comincia dalla fine. Cioè dalla necessità di un buon bagno dopo l’esercizio. Non a caso, una delle prime illustrazioni è dedicata allo strigile, una sorta di raschietto utilizzato per pulirsi dalla mistura di olii con cui si ungevano gli atleti: l’antenato del sapone, praticamente. È un pò come iniziare un tutorial di workout con la pubblicità di un bagnoschiuma. Marketing a parte, lo spunto offre a Mercuriale il pretesto per trattare la costruzione di una palestra, il cosiddetto ginnasio, in termini architettonici, secondo i precetti del maestro latino Vitruvio. Il problema di gestione dello spazio da destinare all’allenamento fisico è di una attualità sconcertante, a fronte delle limitazioni che lo hanno così penalizzato durante l’emergenza sanitaria.

L’ Arte Ginnastica ha dentro un sapere antico che esprime parecchie cose nuove: la dispatia, per esempio, che significa letteralmente ‘difficoltà di soffrire’. Il concetto di dispatia anticipa quello contemporaneo di consistenza, ma forse in maniera più articolata. Uno sportivo può essere tentato dal confonderlo con l’impermeabilità al dolore, ma sarebbe uno sbaglio. L’immagine di solidità cui fa riferimento Mercuriale si avvicina piuttosto a una costante disciplina dell’agonia, che è la sostanza della grandezza di campioni come Nadal, o Marco Pantani. Da un punto di vista emozionale, il sentimento dispatico funziona come opposto dell’empatia. In determinati tipi di competizione, la necessità di proteggersi dalla presenza dell’altro come forma di condizionamento può essere decisiva. La forza di Sinner, probabilmente, deve, e dovrà molto, alla dispatia.

Il libro fa il lavoro del ponte, una specie di macchina del tempo attraverso la quale ci affacciamo su un campionario di gesti e azioni sempre uguali nei secoli e insieme diversissimi: da qui viene il suo fascino. Mercuriale è un maestro umile che non ha niente da dimostrare e tutto da mostrare. Per ogni sua affermazione, si preoccupa di citare le sue fonti: Platone, Galeno, Ippocrate e l’arabo Avicenna su tutti. La sua scrittura procede ordinatamente per immagini. Quando parla del gioco del pallone, dei salti, del lancio del disco esploriamo un tratto di storia perduto per sempre, che torna soltanto nella forma poetica dell’immaginazione artistica, come accade nelle xilografie del pittore Pirro Ligorio.

Non senza una certa curiosità, scopriamo che l’antenato del calcio nella Roma imperiale si chiamava arpasto. E quello del rugby episciro. Eppure gli uomini e le donne che, nella definizione di Mercuriale, compiono un esercizio in quanto “moto del corpo umano, veemente, volontario e con respiro alterato, fatto in grazia di conservare la sanità, o di procacciarsi una robusta complessione” sono esattamente gli stessi di sempre. C’è un senso di rinascita quasi primitivo, nella libertà di andare ad allenarsi al parco. Questa sensazione deve passare necessariamente attraverso il filtro della memoria, per ricordare quello che ci è successo e per fare in modo che non accada più.

La cosa curiosa di Mercuriale è che si porta sempre dietro un gusto di ironico rovesciamento. Dice spesso il contrario di quello che siamo abituati a pensare, soprattutto quando enuncia le sue più profonde verità. Il ‘De Arte Gymnastica’, come ogni altro libro, è un oggetto sostanzialmente inutile. Leggendolo, si lascia il campo dello stretto necessario, per sperimentare l’infinito stimolo della possibilità. Il libro è esattamente il contrario di una macchina, perché ignora qualsiasi rapporto utilitaristico di causa ed effetto. In questo sta tutta la sua vera essenza sportiva.

Lo sport, imprescindibile armonia tra spirito e corpo, è, soprattutto, come ha scritto Ortega y Gasset, un’imprescindibile armonia del superfluo.

Credits

Testo e foto di Ernesto Tedeschi


Chelsea Werner is more than a gymnast

Winning athlete, successful model, pioneer of inclusion. The portrait of ‘Showtimewerner’

A story that can inspire, that can break stereotypes. A story that can change internal and external perceptions, that can change lives.

Chelsea Werner is a winning gymnast, Chelsea Werner is an established model, Chelsea Werner was born with Down syndrome.

For this American athlete, artistic gymnastics meant much more than the two world gold medals and the four Special Olympics national titles: parallels and balance beams have become a way to discover an unexpected life made up of personal satisfactions and evolutions, of a positive impact on the collectivity.

The intense portraits of Alejandro Poveda lead us into the world of ‘Showtimewerner’, a pioneer who, with her deeds, is marking the path of contemporary inclusion. A multifaceted inclusion, which ranges from international competitions to the modeling career that began recklessly and, today, has reached an incredible level of resonance (as demonstrated, for example, by the recent H&M campaign).

We were lucky enough to chat with Chelsea and her mother Lisa, trying to explore a story that goes beyond simple sporting excellence.

What does artistic gymnastics mean to you and what role has it played in your life?  

Gymnastics has been part of my life ever since I can remember. At first it was a fun activity to do with friends. When I started competing with Special Olympics I really loved the crowd cheering for me.  When I started training with a coach who saw past my disability I really started to improve. I learned to work really hard. I became very confident and was at my best under pressure. That’s when I got my nickname ‘Showtimewerner’. I think that confidence and work ethic has helped me in all areas of my life. 

What value did international victories have for you? Did you experience them as simple sporting achievements or as something more?  

I felt very proud of my two World Championship victories! I loved seeing the American Flag being raised and hearing my National Anthem playing.

Gymnastics and medals, the world of fashion and cameras: is there some feeling or emotion inside you that unites these two worlds?  

From a young age I became very comfortable in front of a camera. I loved being in front of a camera. When I did my first modeling job for H&M in Havana, Cuba, I fell in love with modeling. I love the excitement that both competing in gymnastics and modeling bring into my life. 

How important do you think it’s to break the stereotype walls in modern society? And how useful do you think are, from this point of view, media such as sport and the world of fashion? 

 

This question is answered by Lisa, Chelsea’s mother.

As Chelsea’s mom I see the importance and value in what Chelsea has done and is continuing to do. When Chelsea was born there were very few role model’s of individuals with Down Syndrome. The future did not look very promising for Chelsea.

Thanks to media people around the world are able to see what Chelsea has accomplished. It has given so much hope to new parents who are looking for guidance and inspiration for their children. It’s so rewarding to hear how Chelsea is helping so many people around the world. A great example of this is Chris Nikic. Chris just became the first individual with Down Syndrome to complete an Ironman Triathlon. Chris’s father wrote us a letter saying the only reason they thought it was at all possible was because they had followed Chelsea’s story.

 

What are your future projects? Will you still be able to maintain a balance between these two universes in your life? And will there also be time to work on something else?

Because of COVID-19 many events have been canceled. I am now training and competing in USA GYMNASTICS (with my non-disabled peers). I am back with my original coach Dawn, who took me to my two World Championships. I am excited to be learning new skills and my gymnastics has never been better. In addition to my modeling agencies in New York and LA I’m now signed with Milk Modeling Management in London. I will be going to London as soon as restrictions are lifted.  I love my hip hop dance class and hanging out with my friends. I am also an aunt and have 3 nephews and a niece that are the best!

Credits

Text by Gianmarco Pacione

Photo by Alejandro Poveda
IG @ale_poveda
alejandropoveda.com

Chelsea Werner
IG @showtimewerner

Chelsea Agency
IG @wespeakmodels
IG @milkmodelmanagement