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Earl Lloyd, il precursore

Converse ha omaggiato il primo giocatore afroamericano dell’NBA. Scopriamo chi era
“I miei genitori mi hanno insegnato una semplice cosa per adattarsi ad ogni contesto: l’ignoranza non va mai nobilitata” Si può riassumere in queste incisive parole il valore storico di Earl Lloyd, l’uomo che infranse le barriere raziali nel basket americano. Era il 1950, Lloyd fu il primo di tre afroamericani ad esordire in NBA quella stagione.

Lo chiamavano ‘Big Cat’, era un’ala atletica, fu selezionato dai Washington Capitols per le grandi doti difensive e per la straripante carriera collegiale, conclusa a West Virginia State a 14 punti e 8 rimbalzi di media. Un All-American, capace durante la sua carriera professionistica di vincere un titolo con i Syracuse Nationals nel 1955. Fu il primo anche in questo, Earl, così come fu il primo afroamericano a sedersi una panchina NBA come assistente allenatore, nei Detroit Pistons del 1960. 

Era nato in Virginia nel 1928, aveva vissuto il periodo di segregazione raziale con dignità e orgoglio, guidato dal padre operaio in un’industria carboniera e dalla madre casalinga. Esordì nella Lega dei sogni la notte di Halloween del 1950, un giorno prima di Chuck Cooper e quattro prima di Nat Clifton, suoi due compagni di viaggio nel primo approdo afroamericano sui parquet NBA. Dopo quella stagione inaugurale, Llloyd entrò nella Marina e servì gli Stati Uniti nella guerra di Corea, salvo poi tornare sul parquet nel 1952.

“Se puoi competere, allora devi competere!”, ripeteva a sé stesso davanti ai tanti insulti ricevuti nei palazzetti di mezza America. Un America che sentiva ancora palpitare l’oscura anima formata da Ku Klux Klan e risentimento raziale, un America in cui si poteva ancora sputare ai giocatori con la pelle ‘diversa’ e urlare loro ingiurie di ogni tipo.

“La mia filosofia era questa: se non ti chiamavano per nome, voleva dire che non stavi facendo nulla”. Il cammino di Earl è stato ben più di un semplice viaggio con la palla a spicchi. Il basket per lui, come per tanti altri afroamericani della sua generazione, è stata una lotta incentrata sulla richiesta di autodeterminazione, sul desiderio di proclamare la propria individualità.

“Jackie ha reso le cose molto più facili per me”, ripeteva in continuazione Lloyd. Jackie Robinson funse da apripista, appena 3 anni prima del grande salto di Earl, esordendo in MLB e facendosi carico della propria diversità. Un passo epocale il suo, in un periodo storico e sociale complesso, quasi inaffrontabile per giovani atleti di colore.

Basti pensare alla trasposizione cinematografica del cammino della Texas Western University, squadra collegiale capace di vincere un titolo NCAA (ben 15 anni dopo l’approdo di Lloyd in NBA), schierando 5 giocatori di colore nel quintetto base e venendo, per questo motivo, osteggiata e ridicolizzata soprattutto nel sud degli Stati Uniti. Un film, “Glory Road”, da vedere e rivedere.

Proprio come da vedere e rivedere, anzi, da leggere e rileggere è la storia di Earl Lloyd. In questi giorni ci ha pensato Converse a dedicare uno speciale pensiero a questo gigante della pallacanestro, producendo un’edizione limitata, la “Breaking Down Barriers”, ispirata proprio al nativo della Virginia e agli altri due antesignani del basket moderno.

“Il nocciolo di questa storia ruota attorno a tre grandi uomini. Questi uomini furono i primi. E noi, essendo il primo vero marchio di basket, non potevamo che rievocarli”, ha detto Brodrick Foster, global product director di Converse Basketball. Per farlo, Converse ha deciso di produrre 6 paia ad hoc, divise tra Pro Leather e Chuck Taylor 70, proponendo un salto indietro nel tempo, a quando tutti i piedi cestistici erano indissolubilmente legati al brand del Massachusetts.

“Mio padre è stato il primo uomo di colore a legarsi i lacci delle Converse e a scendere in campo in NBA”, ha riferito un emozionato Kevin Lloyd, felice di quest’omaggio postumo alla memoria del padre, deceduto nel febbraio 2015.

Un omaggio ma anche un monito, quello di Converse, a non dimenticare coloro che hanno permesso alla National Basketball Association di evolversi, di mutare, di diventare un punto di riferimento cosmopolita per tutte le razze e tutti i popoli mondiali.

Redazione
Sources & Credits

 

 

Photos sources:
https://www.detroitbadboys.com/2015/2/27/8124543/earl-lloyd-first-black-nba-player-diedhttps://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fwww.pinterest.at%2Fpin%2F291045194660474548%2F&psig=AOvVaw2e1xFJOZzh8SLyjaD7Trni&ust=1584111725224000&source=images&cd=vfe&ved=0CAIQjRxqFwoTCJjoipmalegCFQAAAAAdAAAAABAJhttps://www.luinonotizie.it/2015/02/27/basket-addio-earl-lloyd-muore-ad-86-anni-il-primo-giocatore-nero-giocare-nba/35103/syracuse-nationals-team-portraithttps://news.nike.com/news/converse-breaking-down-barriers-nba-hardwood-classics-collectionhttps://theundefeated.com/features/converse-collection-honors-nba-pioneers-chuck-cooper-earl-lloyd-and-nat-clifton/
https://www.nytimes.com/2015/02/28/sports/basketball/earl-lloyd-nbas-first-black-player-dies-at-86.html

13 marzo 2020

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