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Diverso. Justin Fashanu

Dall’outing al suicidio. La tragica storia del primo calciatore dichiaratamente omosessuale

1967, le tende di pizzo d’ogni finestra di Shophram, scheggia abitativa del Norfolk, sono tirate. Signorotte locali portano avidamente alle labbra il tè, sparse dietro i vetri d’un ansiogeno borgo a luci bianche. Osservano due ragazzini spaesati, intenti a camminare sul ciglio della strada.

Per la prima volta Shophram ha due abitanti di colore: sono Justin e John Fashanu, 6 e 5 anni, piovuti come marziani tra le braccia di paffuti ed ordinari genitori adottivi. Il loro padre naturale, avvocato nigeriano, era evaporato, facendo ritorno nell’amata Mama Africa prima ancora di sentirli parlare; la madre, infermiera guyanese, non poteva sostenere l’impegno d’un doppio futuro.

Justin e John. Bimbi morfologicamente originali, dispersi nella tipica campagna britannica bianca e conservatrice. Il fratello minore reagisce male a questo cataclisma infantile: smette di parlare, comincia a spiegarsi a gesti, Justin è l’unico a capirlo, a tradurre quei pensieri forse troppo profondi per essere anche solo sospirati.

“Dovevamo scegliere se affogare o nuotare. Abbiamo scelto di nuotare”

Nello tsunami della crisi d’identità a nuotare meglio è Justin, capace d’eccellere in qualsiasi attività sportiva: boxe, basket, tennis, atletica, football.

Il Norwich, immediatamente, allunga i secolari tentacoli sul puma nero di Shophram, lo accudisce e, appena 18enne, lo fa esordire tra i professionisti. Strana dissonanza calcistica, un puma tra i canarini.

Segna 40 reti in 103 gare (spalmate su 3 stagioni). È una forza della natura. Carrow Road ama l’esotico predatore d’area, lo venera. Justin si sente una divinità, un’eroe, ha il mondo ai suoi piedi.

John, il fratellino che faticava a spiegarsi, arranca invece nell’indifferenza generale, comincia ad invidiare il fratello maggiore.

“Appena la fama ha aperto, anzi, ha spalancato violentemente le porte a Justin, il nostro rapporto è completamente cambiato. Varie squadre mi rifiutavano, non ritenevano fossi abbastanza forte, continuavano a paragonarci tutti. A casa, poi, lui non faceva che insultarmi: non mi prestava una singola sterlina, dovevo raccattare gli spiccioli dalle tasche delle sue giacche. Una volta, finita la  mia gara con la squadra riserve del Norwich, mi fermai a firmare qualche autografo: lui mi si affiancò, prese la penna e la gettò. “Per firmare autografi devi guadagnartelo, non puoi firmarli solo perché sei mio fratello”, mi disse”

Un rapido, pericolosissimo distacco dalla realtà: tipica sindrome da giovane calciatore sulla rampa di lancio. Il vero spartiacque arriva nel febbraio 1980. I ‘Reds’ di Liverpool fanno visita al Norwich e Fashanu cristallizza il tempo: spalle alla porta, alza a mezz’aria il pallone con l’esterno destro, vira rapidissimo e batte di volée con il collo mancino dai 25 metri. È il gol dell’anno.

Brian Clough, vulcanico e leggendario manager, ha visto abbastanza: lo vuole a Nottingham, nel meraviglioso Forest europeo. Per averlo non bada a spese, sborsando 1 milione di sterline.

Fashanu è il primo calciatore britannico di colore pagato 6 zeri. 

Justin vede la luce ed inizia ad affogare. Inconsapevolmente comincia a sgretolare la sua vita. Guida una fuoriserie regalata, bacia vari muri di Nottingham a causa dell’eccessiva velocità, rimane fortunatamente illeso. Spende notti e notti nei club cittadini. Compra vestiti da migliaia di dollari. In campo Ie porte sono stregate: salvataggi sulla linea, stop sbagliati, errori grossolani. Il passaggio dall’amorevole e protettiva gente di Norwich all’esigente pubblico del City Ground è devastante.

Fashanu in poche settimane si tramuta in ombra. Un’ombra perseguitata.

Viene accusato di frequentare locali gay, tutti i tabloid si scagliano contro di lui. Brian Clough, sommerso dal ruvido ed omofobico vociare, non dà scampo a Justin: inizia a braccarlo, a ridicolizzarlo, a farlo disperare. Non può esistere un giocatore gay, non deve esistere, specialmente nel Forest dei miracoli. 

“Fashanu, dove vai se vuoi una pagnotta?
Direi da un fornaio, mister.
E se vuoi un cosciotto d’agnello?
Da un macellaio, immagino.
Allora spiegami perché cazzo continui ad andare in quel locale per froci?”

È solo uno dei tanti grotteschi dialoghi intercorsi tra l’allenatore di Middlesbrough e il proprio attaccante.

Justin finisce ai cugini del County, prelevato con un esborso di appena 150mila sterline. Attraversa la città bramando una rivincita, trova improvvisamente coraggio nella fede e nella preghiera, ma il periodo d’apparente serenità dura meno di tre, mediocri, stagioni. Le luci, poi, si spengono ancora.

Nell’85 si sposta a Brighton, nella terra dei gabbiani, ma il suo ginocchio destro è logoro. Spende tutti i soldi in terapie, gira il mondo cercando qualcuno che possa curare la dolorosissima infiammazione. Non c’è verso. Justin non riesce più a giocare.

Il puma nero diventa zoppo ed errante, migra oltreoceano, nella terra a stelle e strisce, giocando poche, pochissime partite. Probabilmente ha il tempo di riflettere, di comprendere e metabolizzare la sua vera identità.

“Sono omosessuale, lo sono sempre stato e, come me, lo sono tanti altri giocatori. Non posso tenerlo nascosto ancora”

È  il 1990. Justin alza la cornetta e chiama il Sun liberandosi d’ogni fardello. L’universo calcistico inglese impazzisce, va in cortocircuito. Un’esplosione di terrore pervade la Gran Bretagna sportiva: anche il football, il puro football, quello dei mediani pelosi e delle risse nelle terraces sarebbe “contagiato” dal germe del differente orientamente sessuale: argomento tabù in un mondo terrorizzato dagli acronomi HIV e AIDS.

John, il fratellino che ai tempi di Shophram aveva difficoltà a farsi capire, tuona: “Essere nero ed avere problemi finanziari non è abbastanza. Essere nero, avere problemi, ed essere gay: è Natale!. Non crede alle parole di Justin, è sicuro voglia solo un po’ di pubblicità, un po’ di quella vecchia, irraggiungibile fama. Pensa lo faccia per soldi, non smetterà mai di supporlo. 

John da qualche tempo non deve più rubare soldi dai cappotti, gioca al Wimbledon ed è diventato un attaccante di successo (in Italia lo ricorderanno in tanti per le apparizioni in ‘Mai dire gol’).

“Se sto avendo successo è solo perché ho sempre osservato Justin, dicendomi che non avrei mai commesso tutti i suoi errori” ammette in una velenosa intervista.

Dopo aver fatto outing, l’ex attaccante da un milione di dollari viene divorato dai media e dalla casta calcistica, diventando definitivamente un emarginato, un rinnegato. Viene accusato di voler vendere notizie false, di fare nomi d’improbabili amanti, anche appartenenti alle alte sfere politiche britanniche. La macchina del fango lo investe opprimendolo. Zoppo e deriso conclude la carriera in Nuova Zelanda, con la maglia dei Miramar Rangers. È il 1997.

Un anno dopo, Justin è un anonimo allenatore d’una squadra giovanile del Maryland. Viene accusato di stupro da un suo giovane giocatore: “Abbiamo fumato e bevuto insieme, poi mi ha obbligato a fare del sesso orale”.

Per capire la gravità della situazione, in Maryland, a quei tempi, la fellatio è illegale anche tra marito e moglie.

Il puma nero da un milione di sterline è in gabbia, riesce a fuggire in un monastero inglese. Si rifugia lontano da riflettori e polizia. Prova a contattare i vecchi amici, svaniti insieme all’ormai azzerato patrimonio economico. Prova a chiamare John, il fratellino che solo lui riusciva a capire: nessuna risposta. 

Abbandona il monastero, solo, giungendo nell’East End londinese. Fa tappa in una sauna, poi forza la serratura d’un garage, prende una corda e se l’annoda al collo. Dà un’ultimo calcio, la sedia cade. È la sera del 2 maggio 1998, l’ultima per Justin Fashanu. 

Di fianco al suo corpo gli agenti trovano una lettera: “Ciò che è successo con il ragazzo è stato totalmente consensuale. Sono fuggito dall’Inghilterra per come mi ha trattato la gente dopo ciò che ho detto. Non voglio imbarazzare ulteriormente la mia famiglia. Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita”

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