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Dino Meneghin, il più grande di tutti

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L’Olimpia Milano ha ritirato la maglia numero 11. Un omaggio all’uomo simbolo del basket italiano

Gianmarco Pacione

20 novembre 2019

Descrivere Dino Meneghin è semplice ed emozionante. ‘SuperDino’ è stato ed è il simbolo del basket italiano. Un’istituzione, un modello, un vincente di razza, un gigante dall’intelletto raffinato e superiore, un grande essere umano figlio di un’Italia pura e arcaica.

Ieri sera, davanti ad un Mediolanum Forum gremito, Giorgio Armani, Dan Peterson e l’intera famiglia Olimpia hanno abbracciato il pivot per antonomasia, regalandogli per sempre la maglia numero 11. Da qui in avanti nessuno potrà vestire quel doppio uno, la canotta rossa resterà a brillare sopra il parquet milanese come incessante attestato di valore.

Potremmo parlare per ore dei suoi successi, potremmo ripercorrere il lungo viaggio iniziato nella rurale Alano di Piave nel secondo dopoguerra e finito con le braccia alzate nei più grandi palazzetti d’Europa. Ci limiteremo invece a nobilitare un giocatore determinante dentro e fuori dal campo, capace di dominare partite e campionati grazie all’intenso desiderio di prevalere, sempre e comunque.

Palle sporche conquistate, rimbalzi strappati, letture sublimi e aiuti puntuali determinavano la sfera meno alta e più caratteristica del suo stile di gioco. Una fiera sinfonia cestistica, connubio d’orgoglio e potenza fisica. Il doppio polsino bianco, le braccia lunghe e muscolose, i lineamenti di pietra e gli zigomi scolpiti, le calze alte: ogni frammento visivo, ogni tassello del mosaico dovrebbero costruire nell’immaginario collettivo (anche dei più giovani) il giocatore Dino Menenghin.

204 centimetri d’umile intelletto, di machiavellica sagacia. Un atleta essenziale, forse il cestista più decisivo che la massima serie e la Nazionale italiana abbiano mai visto. Basta leggere le parole di Aldo Ossola, direttore d’orchestra della Varese pigliatutto, per capire la portata rivoluzionaria di ‘SuperDino’: “Avevamo tanti campioni, da Bob Morse a Manuel Raga, ma chi ha sempre fatto la differenza è stato Dino Meneghin”.

Da Varese a Milano, da Milano a Trieste. Non c’è tifoso o appassionato che abbia resistito al fascino innato del faro del pitturato: titano dalle mani forti e dal grande sorriso. Un sorriso genuino, acuto, prodotto naturale di una mente brillante. Meneghin studiava, in campo e fuori, senza mai snaturare le proprie origini limpide: “La razza Piave è onestà e lavoro”, diceva recandosi a lezioni universitarie di filosofia in una Milano d’altri tempi.

Della sua sfavillante carriera rimpiange ancora oggi solamente il mancato esordio NBA, lacuna incolmabile, che un ginocchio in salute avrebbe permesso di evitare. “Non essere riuscito a giocare per la leggendaria NBA è un grande rammarico. Avrei dovuto fare un provino per loro a New York nel luglio del 1974, ma due mesi prima mi fratturai il menisco sinistro. E purtroppo era un treno che non poteva più ripassare”, spiegava qualche anno fa con la sua voce profonda e irreplicabile.

L’Azzurro resterà l’altro colore indelebilmente applicato sulla sua pelle. Un Azzurro che si alzò sopra tutta Europa in quella Francia del 1983. Che vittoria quella di Nantes, mitologica espressione d’italianità, fantastica impresa di una classe cestistica splendida e indimenticabile: incarnata alla perfezione da quel totem veneto con l’11 stampato sul petto.

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