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Deniz Naki, campione curdo anti-Erdogan

Un ribelle del calcio, un fiero attivista scampato ad un attentato, un grande essere umano

Essere ribelli, essere pensanti e socialmente incisivi nel calcio d’oggi è utopia. Scontrarsi con un governo intero, con un presidente-dittatore è ancora più assurdo e impensabile. Deniz Naki non è un calciatore comune, anzi, non era un calciatore comune. Deniz Naki è un curdo fiero, che con i piedi ha vissuto fino allo scorso anno, fino a quando il suo peggior nemico, Receep Erdogan, ha deciso di porre fine alla sua carriera sportiva.

La storia di Deniz Naki parte da lontano, dispersa nell’Anatolia orientale, in quella che oggi è la provincia di Tunceli ma che un tempo veniva chiamata Dêrsîm, “porta d’argento”. Un luogo caldo, storicamente crogiuolo di culture e credi differenti, diventato bollente verso la fine degli anni ’30 quando, davanti alle difficoltà d’indottrinamento statale, il presidente turco Atatürk decide di sterminare 70.000 civili e di deportare barbaramente i sopravvissuti nell’Anatolia occidentale. 

Negli anni ’80 la storia si ripete, identica e tragica, la “turchità” (türklük) esonda nuovamente travolgendo i popoli del Dêrsîm, obbligando una grossa fetta della comunità ricostituita a fuggire per salvaguardare la propria incolumità. Tra i disperati fuggitivi c’è anche la famiglia Naki, un nucleo curdo che si stabilisce sulle sponde della Ruhr, a Düren, cittadina della Germania occidentale.

Qui nasce e cresce, dal 1989, il piccolo Deniz. Un ragazzo sensibile, un ragazzo che pretende di essere informato sul passato del suo popolo, sulla storia della sua famiglia, sulle brutali decisioni del despota Atatürk. Un’infanzia e un’adolescenza trascorse ad apprendere nozioni storico-culturali, a crearsi una precisa identità sociale e, soprattutto, a comporre rapsodiche sinfonie musicali sul prato verde.

Il giovane curdo-tedesco, nonostante l’esigua altezza (poco sopra il metro e sessanta), gonfia le reti dei campionati regionali. Guizza grazie al baricentro basso, irrompe nelle difese avversarie con inserimenti lampo, nei novanta minuti ha un livello costante e altissimo d’intensità emotiva. È un guerriero sfrontato.

Il Bayer Leverkusen bussa presto alla porta, Denis inizia così la sua carriera nella cantera delle “aspirine”, girovaga per qualche stagione nelle minors tedesche e nel 2009 trova la sua isola felice nel quartiere a luci rosse di Amburgo. St. Pauli è un paradiso: al Millerntor il giovane curdo raggiunge la piena maturità calcistica e politica. Non teme di esporre le sue idee di sinistra, sfrutta la notorietà per lanciare grida di allarme. Si schiera senza paura, a testa alta.

Sfida apertamente le frange ultras di orientamento politico neofascista, diventando un idolo per la tifoseria più arcobaleno di Germania. A Rostock, dopo il gol dello 0-2, indirizza il gesto del tagliagole alla curva di casa, rea di aver subissato d’insulti razzisti il compagno Charles Takyi. Viene squalificato, ma il suo gesto diventa iconico, lo lega indissolubilmente ai pirati di Amburgo: legame che dura immutato ancora oggi.

Dopo una parentesi incolore a Paderborn, Deniz decide di sbarcare nel 2013, per la prima volta, in Turchia. Sceglie Ankara e il Gençlerbirligi come mete per il suo ritorno alle origini. La situazione, però, crolla vertiginosamente in poco più di un anno. Le parole, le posizioni di Naki sono impopolari per molti abitanti della capitale. Un curdo dalla bocca larga è decisamente fuori luogo a pochi passi dal parlamento turco.

Trascorre qualche mese e, dopo l’ennesimo attacco mediatico all’ISIS, condito da velate critiche ad Erdogan, l’attaccante tedesco viene fermato per strada da tre loschi figuri che, in un turbinio di pugni e parole pesanti, lo avvertono: “Lascia il Paese, questa città e questa squadra”. Un chiaro segnale bissato da maledizioni lanciate ai combattenti di Kobane, da sempre sostenuti dall’atleta curdo.

Deniz rescinde immediatamente il contratto e ritorna in Germania, preoccupato per l’incolumità della sua famiglia. A qualche mese di distanza arriva l’offerta che cambia definitivamente la sua vita. A Dyiarbakir, città turca di grande influenza curda, il suo nome è già leggenda: lo vorrebbero in maglia Amedspor, lo vorrebbero come capitano di una delle squadre più politicizzate al mondo.

L’Amedspor è simbolo della resistenza curda alle vessazioni turche, è simbolo di comunità, è simbolo di speranza per bambini e ragazzi costretti a lunghi periodi di paura, di coprifuoco, sballottati in mezzo ad una silente e viscida guerra civile senza inizio e senza fine. Naki non esita e firma.

La sua parabola in maglia giallo-rosso-verde è esaltante, il calcio diventa solo un contorno ad un’iperattività politica e sociale. Sul suo braccio campeggia la scritta AZADÎ, termine dal duplice significato: in curdo “libertà”, in kashmiri “rivoluzione, indipendenza”. Naki alterna gol a dichiarazioni pesanti, giocate spettacolari a slogan incoscienti e d’impatto.

La Federazione Turca non ci sta, Erdogan non ci sta. Il calcio è un’arma troppo forte di propaganda. Prima vengono perquisiti gli uffici della società, poi, dopo l’ennesimo post condiviso in riferimento all’offensiva militare turca nell’enclave curdo-siriana di Afrin, scattano le manette per Deniz.

Propaganda terroristica, istigazione al separatismo turco. Queste le due accuse piovute sulla testa dell’attaccante tedesco. Accuse penali che valgono dieci mesi di carcere, seguiti da tre anni e mezzo di squalifica dai campi: gong finale sulla sua carriera sportiva (le squalifiche superiori ai tre anni, in Turchia, vengono difatti ritenute squalifiche a vita).

“Dopo l’Amedspor continuerò ancora la mia vita con questa attitudine. Ho messo al di sopra di tutto gentilezza, bellezza, solidarietà, pace, vita umana e patriottismo, che richiedono una sensibilità sociale. Perché questi sono i valori a cui sono legato”.

Naki appende le scarpe al chiodo fiero dei propri valori. Rientra in Germania continuando la sua lotta incessante, fungendo da megafono per tutti i curdi oppressi e brutalizzati dall’esercito turco. Un anno fa nei pressi di Acquisgrana viene raggiunto da una berlina scura, due colpi di pistola bucano la carrozzeria e una ruota. È un tentato omicidio.

“Ritengo che possa essere stato un agente dei servizi turchi o qualcun altro a cui non piace il mio atteggiamento” tuona l’ex attaccante.

Rischiare la vita per le proprie idee. Oggi giocatori del calibro di Ünder e Demiral si permettono di pubblicare, scodinzolanti, foto a favore di Erdogan e dell’invasione turca. Impaurite marionette mosse dai fili sapienti di un dittatore intoccabile. A questa nuova ondata di orgogliosi turchi andrebbe raccontata la storia di Deniz Naki, andrebbero mostrate le cicatrici fisiche, morali e psicologiche dell’ex collega.

A questi presunti attivisti, contenitori vuoti riempiti da idee e slogan preconfezionati, andrebbero fatte leggere queste parole: “In Turchia la carriera di un calciatore è finita, un essere umano che sostiene la pace è stato bollato come terrorista. Qual è la tua reazione davanti a ciò? Per impedire alle persone di morire ho chiesto più volte la pace. Erano bambini, madri, anziani: intere città curde sono state distrutte. Non voglio che la gente muoia, voglio che la gente viva. Coloro che ti accoglieranno a braccia aperte in Turchia sono gli stessi che hanno attaccato me. Non ci dovrebbe essere distinzione tra fascisti di vari Paesi. Ti invito a combattere contro il fascismo non solo in Germania, ma in tutto il mondo. Ti invito a osservare il razzismo in Turchia ai danni dei curdi e a combatterlo”. Parole di Deniz Naki rivolte a Mesut Özil, grande amico di Receep Erdogan.

Gianmarco Pacione

Sources & Credits

 

 

Photos sources:
https://www.iltempo.it/sport/2014/10/28/news/rinuncio-al-giro-per-pantani-958364/
https://444.hu/2014/02/14/pantanihttps://twitter.com/giroditalia/status/805411515679571969

13 maggio 2020

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