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De Arte Gymnastica

Lo sport è imprescindibile armonia tra spirito e corpo, insegnava Marziale

In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, il comitato organizzatore,  presieduto dal giovane Giulio Andreotti, pubblicò a scopo celebrativo un  libro semisconosciuto, in una versione italiana moderna, quasi un secolo  dopo la sua ultima edizione. Era il ‘De Arte Gymnastica’ del medico forlivese  Girolamo Mercuriale, scritto in latino, e stampato per la prima volta a Venezia nel 1569: in sintesi, il primo trattato della storia sull’educazione fisica.

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Mercuriale visse tra il 1530 e il 1606, e del suo libro Andreotti scrive così nella prefazione: “un’opera che, restituita alla vita dagli scaffali dimenticati  di una biblioteca, è destinata a sopravvivere oramai nel tempo, contributo prezioso ad una più estesa conoscenza della ‘ginnastica’ e conseguentemente, ad una più completa educazione delle nuove generazioni, nel binomio inscindibile: spirito e corpo”. In Italia, abbiamo questa tenerezza di credere nella bontà  delle cose antiche. A scuola, in un modo o nell’altro, ci insegnano il senso della storia come patrimonio da custodire. È un incrocio  tra Strapaese e Umanesimo: una sorta di effetto torta della nonna, dove il tradizionale diventa attualissimo, anche se non ha alcun legame con il presente.

Quando si apre l’Arte Ginnastica, si capisce subito che è impossibile da leggere completamente. L’Arte Ginnastica è il tipo di libro che si sfoglia una frase  alla volta, un’illustrazione alla volta. Non importa che ci voglia una vita intera per finirlo. Si prende una pagina a caso, si studia la definizione di una parola, si guarda un disegno. Funziona come una pausa caffè dello spirito, essendo uno di quei prodotti dell’intelligenza che serve a ricordarci che siamo fatti di carne.

È chiaro che l’interesse di Mercuriale è il corpo portato alla sua massima efficienza. Quando parla dell’anima, sembra quasi che le si riferisca come ad un muscolo da allenare. Uno dei passaggi più interessanti del suo testo è la descrizione della musica, nella forma della vociferazione, cioè del canto, come disciplina ginnica. Per il Rinascimento italiano, l’età classica (quella greca e poi romana) è stata l’enciclopedia di come si sta al mondo. Da qui, Mercuriale trae il principio su cui fondare il suo lavoro: la ginnastica è quella parte della scienza medica che si occupa dell’individuo quando non è malato. L’idea del movimento come cura, per quanto antichissima e convenzionalmente acquisita, oggi, nel momento in cui si comincia appena ad uscire dalla tana del lockdown, sembra rivestirsi di una luce nuova, riprendere tutta la freschezza e l’originalità con cui Mercuriale l’ha sviluppata quasi cinquecento anni fa. Fa spuntare corsette e flessioni al parco come se fossero margherite su un prato a primavera.

Perché tra le immagini più care di questa nuova stagione di riaperture, ci sono quelle di chi ricomincia a muoversi, quasi acquistando per la prima volta, dopo un tempo infinito, la consapevolezza di essere un corpo. In qualche modo, Mercuriale è il padre del dilettantismo olimpico decoubertiniano. Nel suo libro, non nasconde una certa avversione nei confronti dello sportivo di professione, quando distingue l’atleta dal ginnasta.

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Atleta è colui che si esercita per vincere la gara, mentre l’attività del ginnasta è subordinata esclusivamente al benessere. Un simile anacronismo non può che maturare dalla prospettiva del medico. Ed è influenzato dalle fonti classiche, che riservano ai soli sport di combattimento (pugilato, lotta, e pancrazio) la pratica agonistica. In questo senso, considerare il pugilato un pratica di benessere è per Mercuriale una contraddizione in termini. D’altro canto, ecco come descrive le abitudini alimentari degli atleti della lotta: “Anzitutto, per quanto riguarda il mangiare e il bere, si rileva, sbagliavano sotto quattro aspetti, e cioè nella qualità, nella quantità, nell’ordine e nel tempo”. Altrettanto ferma è la condanna di un eccesso di morigeratezza nella abitudini sessuali: “Perciò sbagliavano di grosso quegli atleti che si tenevano del tutto lontani dai contatti carnali, mentre ne avrebbero avuto maggiormente bisogno, data l’abbondanza degli alimenti e la grande quantità di sangue”.

Mercuriale è un romagnolo. Ci sta subito simpatico, come un chiosco di piadine alla fine di una sgambata in riviera. L’inizio del suo trattato è brillante, perché comincia dalla fine. Cioè dalla necessità di un buon bagno dopo l’esercizio. Non a caso, una delle prime illustrazioni è dedicata allo strigile, una sorta di raschietto utilizzato per pulirsi dalla mistura di olii con cui si ungevano gli atleti: l’antenato del sapone, praticamente. È un pò come iniziare un tutorial di workout con la pubblicità di un bagnoschiuma. Marketing a parte, lo spunto offre a Mercuriale il pretesto per trattare la costruzione di una palestra, il cosiddetto ginnasio, in termini architettonici, secondo i precetti del maestro latino Vitruvio. Il problema di gestione dello spazio da destinare all’allenamento fisico è di una attualità sconcertante, a fronte delle limitazioni che lo hanno così penalizzato durante l’emergenza sanitaria.

L’ Arte Ginnastica ha dentro un sapere antico che esprime parecchie cose nuove: la dispatia, per esempio, che significa letteralmente ‘difficoltà di soffrire’. Il concetto di dispatia anticipa quello contemporaneo di consistenza, ma forse in maniera più articolata. Uno sportivo può essere tentato dal confonderlo con l’impermeabilità al dolore, ma sarebbe uno sbaglio. L’immagine di solidità cui fa riferimento Mercuriale si avvicina piuttosto a una costante disciplina dell’agonia, che è la sostanza della grandezza di campioni come Nadal, o Marco Pantani. Da un punto di vista emozionale, il sentimento dispatico funziona come opposto dell’empatia. In determinati tipi di competizione, la necessità di proteggersi dalla presenza dell’altro come forma di condizionamento può essere decisiva. La forza di Sinner, probabilmente, deve, e dovrà molto, alla dispatia.

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Il libro fa il lavoro del ponte, una specie di macchina del tempo attraverso la quale ci affacciamo su un campionario di gesti e azioni sempre uguali nei secoli e insieme diversissimi: da qui viene il suo fascino. Mercuriale è un maestro umile che non ha niente da dimostrare e tutto da mostrare. Per ogni sua affermazione, si preoccupa di citare le sue fonti: Platone, Galeno, Ippocrate e l’arabo Avicenna su tutti. La sua scrittura procede ordinatamente per immagini. Quando parla del gioco del pallone, dei salti, del lancio del disco esploriamo un tratto di storia perduto per sempre, che torna soltanto nella forma poetica dell’immaginazione artistica, come accade nelle xilografie del pittore Pirro Ligorio.

Non senza una certa curiosità, scopriamo che l’antenato del calcio nella Roma imperiale si chiamava arpasto. E quello del rugby episciro. Eppure gli uomini e le donne che, nella definizione di Mercuriale, compiono un esercizio in quanto “moto del corpo umano, veemente, volontario e con respiro alterato, fatto in grazia di conservare la sanità, o di procacciarsi una robusta complessione” sono esattamente gli stessi di sempre. C’è un senso di rinascita quasi primitivo, nella libertà di andare ad allenarsi al parco. Questa sensazione deve passare necessariamente attraverso il filtro della memoria, per ricordare quello che ci è successo e per fare in modo che non accada più.

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La cosa curiosa di Mercuriale è che si porta sempre dietro un gusto di ironico rovesciamento. Dice spesso il contrario di quello che siamo abituati a pensare, soprattutto quando enuncia le sue più profonde verità. Il ‘De Arte Gymnastica’, come ogni altro libro, è un oggetto sostanzialmente inutile. Leggendolo, si lascia il campo dello stretto necessario, per sperimentare l’infinito stimolo della possibilità. Il libro è esattamente il contrario di una macchina, perché ignora qualsiasi rapporto utilitaristico di causa ed effetto. In questo sta tutta la sua vera essenza sportiva.

Lo sport, imprescindibile armonia tra spirito e corpo, è, soprattutto, come ha scritto Ortega y Gasset, un’imprescindibile armonia del superfluo.

Credits

Testo e foto di Ernesto Tedeschi

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