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Damiano Tommasi, ‘Anima Candida’

In un momento di tempesta, la storia di un grande uomo di calcio

Sant’Anna d’Alfaedo è una frontiera tra la Valpolicella e la Lessinia. Una porta di passaggio, di comunicazione tra due dei territori più affascinanti ed evocativi della provincia veronese. Cresce qui Damiano Tommasi, lo fa giocando nel cortile di casa prima, nelle giovanili del Negrar (comune limitrofo) poi. Suo padre è un marmista, sua madre è una casalinga.

In campo Damiano è speciale, ha la chioma folta e un’innata qualità di pensiero. Raggiunge il centro cittadino scaligero per scendere nella ‘Busa’, depresso buco verde che, dal lontano 1919, ospita l’unica società dedicata al patrono scaligero: il San Zeno. Qualche stagione da difensore centrale in divisa granata e poi il 15enne Tommasi inizia a vestire il giallo e il blu all’ombra del gigante Bentegodi.

È il 1990, l’Hellas Verona vive ancora i postumi dell’epica scalata scudetto griffata da Bagnoli e Elkjær, seguita da spumeggianti anni europei e da una disastrosa retrocessione. Tommasi ogni giorno attraversa l’intera provincia in autobus: più di un’ora per arrivare al campo, più di un’ora per rientrare a casa. Porta avanti i suoi studi di ragioneria aprendo i libri tra una fermata e l’altra. Ascolta Guccini e Bob Marley. Appena raggiunta casa alza la cornetta del telefono per chiacchierare con quella che diventerà sua moglie: all’epoca è semplicemente Chiara, una compagna di classe.

Il primo Tommasi è un difensore, un ruvido direttore d’orchestra dal basso. Il suo esordio in maglia Hellas, però, segna la strada che seguirà per tutta la carriera. 6 febbraio 1994, Padova-Verona, Damiano viene richiamato da Viareggio, dov’è impegnato nel noto torneo con la Primavera. Gianluca Pessotto s’infortuna verso la fine della prima frazione, mister Bortolo Mutti si gira verso il ragazzo di Sant’Anna e lo lancia in campo, per la precisione al centro del campo.

Diventa rapidamente una pedina fondamentale nello scacchiere scaligero, in due stagioni si plasma un nuovo Tommasi, un comprimario intelligente, un ragazzo di tanta corsa, tanta sostanza, tanta cerebralità. Il suo identikit è quello del centrocampista tuttofare, dell’uomo da schierare sempre e comunque. Tommasi s’incunea sottopelle nel tessuto avversario, Tommasi funge da frangiflutti con un corpo esile e sempre in movimento, apparentemente sospinto dai riccioli danzanti sulla sua testa.

Accompagna il Verona in serie A, poi nel giugno 1996 viene acquistato dalla Roma, dando il là ad una grande storia d’amore. Una storia che, incomprensibilmente, non inizia nel migliore dei modi. Il popolo romanista impiega del tempo ad innamorarsi del ragazzo veronese, maturerà un sentimento di pura devozione solo a partire dagli anni di Zeman e Capello.

Tommasi arriva nella Capitale appena sposato, a 22 anni. La sua vita muta drasticamente, dal ritornello famiglia-parrocchia-stadio di Verona, al caotico carosello umorale giallorosso: un balzo epocale, destabilizzante.

Uno shock a cui in qualche modo resiste, forte di certezze extracalcistiche. L’uomo Tommasi è pacato, riflessivo, legato al percorso cattolico intrapreso durante la sua crescita. Ha fatto l’obiettore di coscienza, ha svolto servizio civile con la Caritas e come tecnico di Telepace. Non è un caso se il suo impegno sociale risulta da subito monumentale, ramificandosi in diversi ambiti e confermando una base valoriale solida, imperturbabile.

Bianchi, Liedholm, Zeman e Capello. Si susseguono nomi da mistica calcistica sulla panchina giallorossa e Tommasi resta fulcro inamovibile della mediana. Se con il profeta boemo entra in simbiosi, con Don Fabio raggiunge la definitiva consacrazione, culminata nell’esaltante scudetto della stagione 2000-2001, in cui Tommasi gioca 34 gare siglando 3 reti. Capello arriva a definirlo il giocatore più importante della squadra: “più di Totti, Montella e Batistuta”.

All’ottavo anno all’Olimpico, la carriera del veronese soffre uno stop pesantissimo. Nell’amichevole precampionato con lo Stoke, il ginocchio deflagra davanti ad un intervento killer di Gerry Taggart. Crociato anteriore, crociato posteriore, collaterale mediale esterno e interno, due menischi, infrazione dei condili e del piatto tibiale: apparentemente una lapide sul futuro calcistico.

Apparentemente. Perché a distanza di un anno e mezzo Damiano veste nuovamente la maglia della ‘Magica’, lo fa dopo aver scommesso su sé stesso e dopo aver firmato una dichiarazione di fede e riconoscenza nei confronti della sua Roma. 1500 euro al mese, il minimo sindacale per poter giocare un’ultima, intensa stagione in giallorosso.

Il 27 novembre 2005 torna in campo dal primo minuto, contro la Fiorentina, realizza il gol del vantaggio davanti a un Olimpico estasiato: è una scena da film.

Il romanzo tra la Roma e Tommasi finisce nel migliore dei modi, con Luciano Spalletti ammaliato dal carisma di un uomo d’altri tempi, dalla forza di volontà di un atleta risorto dalle tenebre sportive solo grazie alla propria dedizione, alla propria professionalità.

Lungo l’arco temporale romano. Tommasi indossa anche l’Azzurro della Nazionale, lo fa 25 volte, conquistandosi la titolarità nello sciagurato mondiale coreano del 2002.

Alla ricerca di nuove esperienze, di nuove culture, Tommasi si sposta tra il 2006 e il 2009 in Spagna, Inghilterra e Cina, vestendo rispettivamente le maglie del Levante, del QPR e del Tianjin Teda, diventando il primo italiano a sbarcare nella Chinese Super League.

Poi il ritorno a casa, nella sua Verona, dove riabbraccia le proprie radici. Radici fatte di produzione di vino nella sua Valpolicella, di partite con amici del paese, nel Sant’Anna d’Alfaedo militante in seconda categoria, di impegno sociale e umano.

Dal 9 maggio 2011 Tommasi diventa faro e presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, primo successore di Sergio Campana, monolite fondatore dell’Associazione stessa. Oggi, a quasi dieci anni di distanza, Tommasi si trova di fronte ad una delle tempeste più imponenti e fuori controllo del calcio italiano.

Una tempesta che sta provando a gestire a modo suo, nel bene e nel male, con concretezza, razionalità e solidità di pensiero. L’uomo che veste i panni del calciatore, e viceversa, spinto dal buonsenso, dall’esperienza e dalla correttezza. Carlo Zampa ai tempi della Roma lo definì ‘Anima Candida’, non serve spiegare il perché.

Gianmarco Pacione
Sources & Credits

 

 

Photos sources:
https://www.larena.it/territori/damiano-tommasi-e-l-amore-nato-sui-banchi-di-scuola-1.7120745https://www.pinterest.com/pin/442056519651314107/https://www.umbria24.it/sport24/dostoevskij-e-un-mondo-migliore-quando-damiano-tommasi-rispose-alla-mia-letterahttps://thesefootballtimes.co/2019/01/17/damiano-tommasi-the-unassuming-midfield-master-who-became-romas-noblest-of-legends/
https://www.dagospia.com/rubrica-30/sport/cambiamoilcalcio-elezioni-figc-tommasi-campo-campagna-social-164359.htm
Video sources: https://www.youtube.com/watch?v=CdE2zc4qsDs
https://www.youtube.com/watch?v=pDgG7oC3CfA

9 marzo 2020

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