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Dall’inferno al paradiso, Troy Deeney

I gravi problemi con alcol e giustizia, poi la redenzione. Storia di un attaccante diverso

La zona di Chelmsey Wood, estrema periferia di Birmingham, non è un’oasi felice. Anonimi casermoni popolari e mani veloci ne delineano il panorama. Troy Deeney nasce in questo contesto, un microuniverso dove alcol e droga risultano essere le uniche vie d’uscita: l’una per dimenticare il vissuto quotidiano, l’altra per racimolare qualche soldo.

“Dove sono cresciuto guardavamo solo a calciatori e spacciatori, era tutto ciò che conoscevamo. Gli spacciatori avevano macchine belle, scarpe pulite, i vestiti… Ho sempre avuto l’impressione che il denaro comprasse la felicità, che i soldi risolvessero tutto”

Troy cresce in una selvaggia terra di nessuno. Suo padre, Paul Anthony, trascorre lunghi momenti di riflessione dietro le sbarre, nei periodi in cui è a casa alza in sequenza il gomito e le mani, come nel 1999, quando una furibonda lite familiare obbliga l’intervento dei servizi sociali.

Il calcio è l’ultimo dei pensieri per l’adolescente Deeney. Un ragazzo che consola turbolenze emotive e insuccessi scolastici in disperate bevute. A pallone ci sa giocare, anche molto bene, ma preferisce perdersi nei vizi, nelle curve delle amiche di quartiere, nei pomeriggi di nullafacenza e lattine svuotate.

Abbandona la scuola a 14 anni, basilare rito di passaggio per un giovane destinato alle strade. Saltuariamente si ritrova nei panni di muratore, un lavoro precario e indesiderato, obbligatorio compromesso per compiacere i propri desideri alcolici.

Nella squadra locale arriva, già da giovanissimo, a giocare in condizioni aberranti. Alticcio, segnato da notti insonni di bagordi, da pugni ricevuti e dati nell’oscurità della Birmingham selvatica.

“Amavo bere, vivevo per i weekend, se poi le serate finivano con una rissa… Andava bene così. Questo è l’ambiente in cui sono cresciuto, era una vita normale per me, perché tutti si comportavano così”

Il talento, però, come da tradizione non giudica l’individuo: così il 15enne Deeney segna, segna a raffica e si fa notare dall’Aston Villa. I ‘Villans’ fissano un provino a cui Deeney non si palesa, preferendo trascorrere qualche ora in più in compagnia di una giovane amica.

Passano un paio d’anni, Deeney si presenta per una partita di Sunday League, calcio amatoriale domenicale, nelle ormai abitudinarie condizioni psicofisiche. “Puzzi di birra”, gli sussurra avvilito un compagno di squadra.

Sugli spalti, per puro caso, fa capolino un osservatore del Walsall, modesta squadra di League Two. L’attaccante dal corpo coriaceo e dal volto da orco sigla 7 reti in un 11-4 finale.

Qualche settimana dopo Deeney si trova, come per magia, a vestire la maglia di una squadra professionistica. Nei ‘Saddlers’ trascorre 4 stagioni, a partire dai 18 anni di età, trascinandoli ad una storica promozione in League One.

Anni in cui, però, l’area metropolitana di Birmingham continua ad attrarre Deeney, a richiederne la presenza costante.

Il trasferimento in Championship a Watford, nonostante l’oggettiva distanza geografica dalle West Midlands, non cambia l’essenza del giovane Troy.

Nel 2012 l’attaccante arriva a toccare il punto più basso della sua esistenza, vedendosi costretto a passare 3 mesi in carcere per una violenta rissa.

Deeney, in una delle rapide fughe a Birmingham, calcia più volte il viso di un giovane studente, reo di averlo stuzzicato all’interno di un pub. L’esito è una mandibola distrutta e una condanna a 10 mesi di galera.

Un periodo durissimo per Deeney che, contemporaneamente, deve anche affrontare la morte del padre.

“Andare in prigione è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. Guadagnavo 5mila sterline a settimana, eppure continuavo a uscire e fare casini con i miei vecchi amici”

Dietro le sbarre arriva la redenzione del numero 9. Un cambiamento totale, un’agognata presa di coscienza. Finiti i 3 mesi di calvario, Deeney torna immediatamente ad allenarsi in libertà vigilata. Sul campo tutti si rendono conto che dall’inferno della gattabuia è uscito un uomo diverso.

“Negli anni precedenti credevo di essere un uomo perché uscivo a bere e offrivo a tutti. Poi sono diventato felice. Felice perché ho iniziato a svegliarmi la mattina pensando solamente di dover pagare l’affitto a mia madre”

L’assoluzione e la riabilitazione calcistica di Deeney non sono immediate. A Vicarage Road, tra sopracciglia alzate e frasi al veleno, Troy dimostra allenamento dopo allenamento la sua nuova attitudine.

Inizia a lottare con difensori e spettri del passato, con gomiti affilati e desideri reconditi: una faida in corso ancora oggi, con eccellenti risultati.

“Sto lavorando incessantemente sui miei problemi: sull’alcol e sulla gestione della rabbia. Ci sono un sacco di sfaccettature negative della mia infanzia che mi sono rimaste dentro. Ogni settimana passo 3 ore in compagnia di uno psicologo, è difficilissimo tirare fuori tutto, sono sempre esausto alla fine delle sedute”

Deeney negli ultimi anni ha scalato le gerarchie degli ‘Hornets’, diventando capitano e inscalfibile monolite offensivo. Oltre 100 gol in poco più di 300 partite: oltre 100 sorrisi dipinti su un volto ruvido, segnato da un passato torbido e duro, ma oggi sereno. La parabola di Troy Deeney ha finalmente preso la giusta direzione.

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