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Dalle macerie al paradiso: la favola dello Zambia

La generazione dorata falcidiata da uno schianto in aereo, la dolorosa rinascita di un movimento, la Coppa d’Africa nel 2012. Crollo e risalita dei Chipolopolo

Matteo Floccari

23 settembre 2019

Ci sono luoghi e ci sono storie che sembrano trascendere la conoscenza umana, che difficilmente trovano spiegazioni logiche e che proprio per questo meritano di essere ricordate. Iniziamo dal luogo, che si trova appena fuori dallo Stadio dell’Indipendenza a Lusaka, nello Zambia, e che si chiama “Cimitero degli Eroi”. La storia è quella della Nazionale di calcio di quel paese africano, anzi delle Nazionali, visto che per ben due volte i “Chipolopolo” (proiettili di rame, soprannome della squadra) si sono ribellati a un destino inizialmente tremendo e avaro nel concedere speranze, regalando una delle rare gioie della sua storia ad un Paese poverissimo, seppur estremamente dignitoso.

Per capire chi sono questi “Eroi” e perché si trovino in un cimitero occorre tornare al 1993, nel pieno delle qualificazioni ai Mondiali statunitensi, con la nazionale zambiana assolutamente in corsa per staccare per la prima volta nella sua storia il biglietto per la fase a gironi iridata. Un gruppo esperto, tosto, con sei giocatori reduci da quello che era stato il momento più alto del calcio dei Chipolopolo nella storia, cioè il 4 a 0 rifilato all’Italia il 19 settembre 1988 durante i Giochi Olimpici di Seul. Dopo aver superato il primo girone di qualificazione con tre vittorie in quattro incontri, lo Zambia è atteso da un secondo step, decisamente impegnativo ma comunque alla portata, con sfide di andata e ritorno con Senegal e Marocco: solo la prima classificata avrebbe staccato il biglietto per i Mondiali. L’esordio dei Chipolopolo era in calendario il 2 maggio 1993, a Dakar contro un Senegal tutt’altro che insormontabile, ma la squadra non arrivò mai nella ex-capitale dell’Africa Occidentale Francese.

Per capire meglio cosa accadde bisogna iniziare ad addentrarsi nel continente africano di inizio anni ‘90, poco battuto dalle rotte aeree commerciali e con scarse possibilità di spostarsi in maniera comoda. Per questo la squadra zambiana viaggiava su un A DHC-5D, aeromobile di fabbricazione canadese normalmente utilizzato dall’esercito, con quasi 20 anni di volo alle spalle e qualche manutenzione passata non si sa come nel recente passato. Rientrati dopo un’amichevole nelle lontane Mauritius, i 18 giocatori selezionati partirono il 26 aprile da Lusaka, avviandosi ad una trasferta già di per sé complicata. Ci sarebbero voluti due giorni per arrivare a Dakar, con in mezzo tre scali tecnici per fare rifornimento di carburante. Appena dopo la prima sosta a Brazzaville, nella Repubblica del Congo, il Capitano dell’A DHC-5D Mike Fenton segnalò dei problemi tecnici, ribaditi nel secondo stop a Libreville. Nella Capitale del Gabon però l’aereo fu controllato da dei meccanici che non rilevarono anomalie e nella sera del 27 aprile fu dato il via libera per raggiungere Abidjan, terza e ultima tappa prima dell’arrivo a Dakar.
Un minuto dopo la partenza, a circa 2.000 metri di quota ormai sopra l’Oceano Atlantico, i contatti radio cessarono. E qui tutta la storia viene ricoperta da un alone di mistero, visto che alcuni testimoni raccontarono di aver visto un’esplosione, o forse due, addirittura un bagliore nel cielo come quello di un missile. A dieci chilometri dalla costa del Gabon l’aereo si inabissò tragicamente, portandosi via tutte e 30 le vite che trasportava e dando il là ad una serie di teorie complottiste degne di un film d’azione. Il velivolo militare non era dotato di scatola nera e inoltre non aveva rispettato la sua tabella di marcia: ci fu chi parlò di una base militare in allarme che non si aspettava di trovarlo nel cielo. A mischiare ancora di più le carte contribuì il fatto che il Gabon si rifiutò di consegnare le registrazioni tra il pilota e la torre di controllo, ma anche il mancato recupero della fusoliera, caduta in una zona dove il fango sul fondo del mare è fittissimo. Per anni si sono susseguite tantissime teorie, alcune anche bislacche come quella che sosteneva che i giocatori fossero in realtà vivi ma tenuti come prigionieri politici in Gabon. Nel novembre del 2003 fu pubblicato un report ufficiale dal governo gabonese, da cui si evinse che la causa della tragedia fu l’esplosione di uno dei due motori, seguita dal fatale errore del pilota che spense il motore ancora in funzione, facendo andare l’aereo in stallo e condannandolo allo schianto in mare.

Una nazionale distrutta, anche se non nella sua interezza, per fortuna: Kalusha Bwayla, il capitano, e Charles Musonda giocavano rispettivamente in Olanda e in Belgio, e avrebbero dunque dovuto raggiungere i compagni con altri voli. Bennet Simfukwe non venne selezionato per la trasferta e si salvò, ma degli altri 18 rimasero solamente i ricordi, lasciando un intero Paese nello sconforto più assoluto. Nello Zambia, una volta risolta la lotta quotidiana con la povertà, è il calcio il pensiero fisso della gente. Tutti conoscevano e adoravano quella squadra, e prova ne è il fatto che il 1 maggio 1993 al ritorno delle bare a Lusaka ci vollero tre ore, anziché i normali 15 minuti, per spostarsi dall’aeroporto allo Stadio dell’Indipendenza. In strada centinaia di migliaia di persone in lacrime, così come furono in 100.000 il 3 maggio, ultimo dei tre giorni di lutto nazionale, a salutare per l’ultima volta i loro eroi nel monumento costruito appena fuori dall’impianto.

Un paese calcisticamente, e moralmente, in ginocchio dunque, ma va detto di come la tragedia del 27 aprile non finì rapidamente nel dimenticatoio del mondo del pallone, che si prodigò per aiutare a far rinascere la Nazionale africana. Dall’Europa, in particolare dalla Danimarca, arrivarono cospicui aiuti economici, oltre che la possibilità di allenarsi direttamente in Scandinavia. Prima però c’era da ricreare una squadra e, fatto salvo Bwayla e suo fratello (anche lui impegnato in Europa), assieme a Musonda, non esisteva una Nazionale. Furono creati due “camp” con 30 giocatori provenienti dall’area della capitale Lusaka e dalla zona delle miniere al nord, al termine dei quali il nuovo allenatore Freddie Mwila selezionò quelli che per lui erano i migliori elementi per provare un’impresa impossibile. Assieme a Mwila venne designato come commissario tecnico lo scozzese Ian Porterfield, uomo di mondo se ce n’è uno, il quale fino a pochi mesi prima aveva allenato il Chelsea, diventando poi il 15 febbraio 1993 il primo allenatore ad essere esonerato nella storia della neonata Premier League. Il 4 luglio, a poco più di due mesi dalla tragedia, lo Zambia è tornato in campo, e lo ha fatto ospitando il Marocco in un’atmosfera surreale. Lo Stadio dell’Indipendenza era ovviamente strapieno, ma nessuno sapeva cosa aspettarsi da una squadra formata da quelle che di fatto erano seconde scelte che nemmeno si conoscevano tra loro. Quando al primo minuto di gioco il Marocco passò in vantaggio con Daoudi a tutti parve chiaro che il sogno fosse da riporre immediatamente nel cassetto, ma nel secondo tempo i fratelli Bwalya, Kalusha e Johnson, ribaltarono il match e la storia, mettendo la firma su un 2 a 1 che valeva infinitamente di più dei due punti in classifica. Il 7 agosto la squadra andò a Dakar, ripercorrendo il viaggio “maledetto”, e fermò i Leoni sullo 0 a 0 prima poi di demolirli 4 a 0 a domicilio il 26 settembre. Si decise tutto il 10 di ottobre, quando a Casablanca sarebbe bastato un pareggio per finire davanti al Marocco e volare negli Stati Uniti. L’1 a 0 firmato da un colpo di testa di Laghrissi però fu ferale per le speranze zambiane, in un match tra l’altro diretto da un arbitro del Gabon. Secondo posto e sogno Mondiale rinviato a chissà quando, visto che mai nella storia lo Zambia è più riuscito ad avvicinare o ad agganciare la fase a gironi di un evento iridato.

Quella squadra resse ancora per un paio d’anni, raggiungendo la semifinale della Coppa d’Africa 1996, prima poi di vivere diversi anni di grandi difficoltà, senza più alcun risultato di valore e con un triste ritorno nell’anonimato. Il destino, però, sa quando è il momento di regalare una rivincita a chi se la merita. Dopo essere stata diretta tra il 2010 ed il 2011 dall’italiano Dario Bonetti, la nazionale zambiana fu riassegnata ad Hervè Renard, commissario tecnico francese dal modesto curriculum che già aveva diretto i Chipolopolo a partire dal 2008. Con lui alla guida i “proiettili di rame”, appena qualificatisi per la Coppa d’Africa 2012, andarono dunque a giocarsi il torneo continentale che, per la prima volta, si disputò nella Guinea Equatoriale e soprattutto in Gabon: a Libreville, ultima città nella quale la squadra del 1993 è stata vista in vita, era in programma la finalissima. Per uno strano scherzo del destino e del calendario, lo Zambia disputò però quasi tutta la sua Coppa d’Africa a Bata, città portuale della Guinea Equatoriale. Lì i ragazzi di Renard vinsero il girone, fulminarono 3 a 0 il Sudan nei quarti di finale e l’8 febbraio ebbero la meglio sul Ghana per 1 a 0. Nulla adesso avrebbe più potuto fermare la macchina dei ricordi, con Libreville come destinazione per la terza finale della storia dello Zambia, con due sconfitte negli episodi precedenti datati 1974 e 1994.

Di fronte la temibile Costa d’Avorio, piena di giocatori famosi in tutto il mondo per quanto fatto nei loro club europei, ma alle spalle un’intera nazione e 30 anime, quelle che poco più di 18 anni prima si erano inabissate di fronte alla maledetta Libreville. Prima della gara tutta la squadra andò in riva al mare, di fronte al punto dello schianto, lasciando scivolare in acqua corone di fiori per rendere omaggio agli eroi passati.
Chissà se, anche grazie a quei campioni che oggi riposano appena fuori dallo Stadio dell’Indipendenza, lo Zambia giocò una finale superlativa, sfidando a testa alta i più quotati ivoriani in un match che, dopo lo 0 a 0 di regolamentari e supplementari, si trascinò ai rigori. E qui, la mistica africana ha dato semplicemente il suo meglio. I primi 14 tentativi vengono tutti trasformati dai tiratori di entrambe le squadre, quindi, dopo un doppio errore, un tiraccio dell’ivoriano Gervinho spedì a lato il diciassettesimo penalty. Quello successivo fu tirato dal difensore zambiano Stophira Sunzu, che con tutta la potenza del suo destro scaricò il pallone nell’angolino basso. 8 a 7 il computo finale, e Zambia per la prima volta Campione d’Africa. Tutto questo dopo 18 rigori, esattamente come sono stati 18 i giocatori morti nel tragico incidente del 27 aprile 1993. Morti a poca distanza da Libreville, dove i proiettili di rame si sono ripresi quello che il destino ha tolto loro in una delle più incredibili storie offerte dal mondo dello sport.

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