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Colby Covington, il fighter di Trump

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Tempo di lettura 6 minuti

In Brasile vogliono la sua testa, lottatori e fan lo odiano profondamente. Chi è realmente ‘Chaos’ Covington?

Gianmarco Pacione

13 dicembre 2019

Dove finisce il personaggio e dove inizia l’uomo? Dove finisce il copione scritto e dove inizia il reale pensiero? Colby Covington è l’entità più borderline nel contesto UFC, è un personaggio odiato da mezzo mondo, sconvolto da continue dichiarazioni politicamente scorrette e da un legame con la famiglia Trump ostentato in maniera ossessiva e seriale. Contemporaneamente il californiano è assurto a paladino della frangia americana più estremista e socialmente chiusa, più arcaica e razzista.

Alcune sue frasi lasciano esterrefatti per l’eccessiva crudezza di contenuti, per l’intensa rabbia sfogata gratuitamente contro fan e addetti ai lavori. Viene naturale chiedersi, davanti ad un uomo così controverso, quanto ci sia di vero in ogni uscita irrispettosa, quanto questo pastiche sovranista e patriottico sia effettivamente frutto della mente del figlio della contea di Fresno.

Partiamo dai punti fermi. Covington è un fighter di altissimo livello. Il suo pedigree di wrestler maturato nell’Iowa Community College lo rende uno specialista con pochi paragoni nel mondo MMA. È un lavoratore, un topo di palestra che ha iniziato ad approcciarsi al mondo del combattimento professionistico guadagnando 100 dollari a settimana nell’American Top Team.

“Non c’è voluto tanto per capire quanto lavorasse. Non c’è voluto tanto per capire che avesse un terzo polmone. Non c’è voluto tanto per vedere che Colby non perdeva un singolo scramble in palestra”

Dan Lambert, allenatore dell’American Top Team, in una recente intervista al portale MMA Fighting ha ripercorso gli albori della carriera di Covington. Ha descritto un ragazzo affamato e disponibile, con un approccio candido e totalizzante nei confronti dell’ottagono. Covington, classe ’88, tra il 2012 e il 2014 combatte solo quattro volte, rifiutando diversi incontri per l’inadeguato livello degli avversari. In mente ha l’esordio in UFC e prova a saltare più step possibili per raggiungere rapidamente l’ottagono di Dana White. Ci riesce il 23 agosto 2014, bagnando il suo esordio con una vittoria ai danni di Anying Wang.

Da qui in avanti, a parte uno scivolone contro Warley Alves nel dicembre 2015, il curriculum di Covington si riempie di match vincenti e, parallelamente, di una sempre più spinta volontà d’essere al centro dell’attenzione mediatica. ‘Chaos’ Covington inizia a mettere sempre più a fuoco il proprio personaggio, coprendosi di gadget a stelle e strisce, mettendo in mostra il solido legame con la famiglia Trump (in particolare con il figlio Donald jr) e bagnando ogni suo incontro con uscite al vetriolo.

L’esempio più eclatante è quello legato al match di UFC São Paulo, quando, in preda ad apparenti deliri d’onnipotenza, arriva a definire il Brasile “una discarica” e i brasiliani degli “schifosi animali”. Una mossa rischiosa, che gli mette contro un Paese intero. I brasiliani difatti non si limitano a rispondergli con latrati e auguri di morte, vomitandogli addosso rabbia e risentimento: alcuni esponenti del narcotraffico verdeoro arrivano addirittura a chiedere la testa di Covington, come riportato dal collega Tibau.

“Mi hanno detto che avrebbero pagato qualsiasi cifra per avere la sua testa. In America è al sicuro, ma in Brasile la storia è diversa…”

Poco dopo il fattaccio di San Paolo, l’orgoglio brasiliano Fabricio Werdum arriva a scagliargli violentemente un boomerang sul viso durante un alterco in Australia. Covington incassa e prosegue con la sua parata a stelle e strisce. Nelle interviste si presenta con magliette griffate “Make America Great Again”, parla della purezza del suo sangue americano, dei parenti impegnati nelle forze militari USA (il padre, per esempio, è stato in Vietnam) e si definisce il fighter di Trump.

Nella sua propaganda non c’è sosta. Si espone quotidianamente a livello politico, la sua sfacciataggine diventa quasi caricaturale per gli eccessi raggiunti. In una recente intervista al The Candace Owen Show, però, Covington è spiazzante, al contrario del solito è pacato, riflessivo, e lascia spazio ad un’ipotesi sulla creazione del suo personaggio che stupisce il mondo mediatico UFC.

“Prima dell’incontro con Maia, la UFC ha riferito al mio agente che non mi avrebbe rifirmato. Non piaceva il mio modo di combattere, il mio stile, la mia personalità: non ero un personaggio. A quel punto ho deciso realmente di diventare un entertainer. In fondo ero il numero 6 al mondo, stavo per combattere contro il numero 2 e la mia borsa era di soli 30mila dollari… Così sono andato in Brasile e ho detto quello che ho detto. Sono passato per razzista, ma ho risposto: “Il Brasile non è una razza, è uno Stato”. La promo del match è diventata così virale da obbligare la UFC a cambiare idea”.

Una linea sottile tra personaggio e uomo, tra sopravvivenza e fallimento. Covington a sorpresa rimescola le carte in tavola, spiegando in poche, razionali, parole la macchina dello showbusiness UFC, lasciando intendere che tanto del suo modo di fare sia in realtà marchiato a fuoco dalla necessità di restare aggrappato alla giostra ottagonale.

Un atteggiamento condivisibile? Forse sì, forse no. Resta il fatto che, al di là delle frasi rivolte ai brasiliani, il binomio Covington-Trump sembra più di un semplice capitolo scritto da un personale ghostwriter.

“Ho iniziato ad esibire gadget di Trump quando mi sono imposto di svelare chi fossi veramente. Prima avevo paura di farlo per la reazione che avrebbero avuto media e sponsor…”

Sabato il fighter della Casa Bianca si scontrerà con Kamaru Usman, in quello che, a tutti gli effetti, sembra un ‘Morality Play’ Quattrocentesco, dove disposti l’uno di fronte all’altro saranno gli opposti per antonomasia, lo yin e lo yang della società statunitense. Da una parte il retaggio culturale di cui si fa paladino Covington, dall’altra Usman, immigrato giunto in America ad appena 8 anni e uomo-simbolo degli Stati Uniti nuovi e cosmopoliti.

Covington ha approcciato il match dando il meglio di sé. Si è presentato in conferenza stampa con un vestito bianco-rosso e blu, mettendo in mostra l’ultima pubblicazione di Donald Trump Jr. È arrivato ad insultare un allenatore defunto di Usman e ha rilasciato una serie di dichiarazioni riguardo il proprio status e quello dell’avversario.

“Nella vita privata e in pubblico sono la stessa persona. Quando si tratta di business semplicemente porto tutto su un altro livello, decisamente più alto. Usman non è un immigrato. Ho avuto notizie di seconda mano, in realtà è nato a Dallas. Si sta facendo passare per immigrato solo per ricevere più attenzioni…”

La risposta di Usman non si è fatta attendere.

“Sono cresciuto coltivando e piantando piante. Andavo a prendere l’acqua al fiume. Una vita semplice. Poi sono arrivato qui in America. Posso dire di capire in un certo senso la mentalità di gente come Covington. È un privilegiato. Si dimentica, però, che tutti gli americani in fondo sono immigrati. Io l’ho sorpassato, lui sente di dovermi sorpassare, ma è sempre dietro di me”

Forse quella che indossa ‘Chaos’ Covington non è una maschera o almeno, lo è in piccolissima parte. Forse il più cattivo della UFC, il maestro dei ‘villain’, è realmente tale. Forse. O forse è tutto business. A UFC 245 si deciderà chi vincerà la cintura di campione dei pesi welter. Oltre a questo, potrebbe decidersi la reale identità di Colby ‘Chaos’ Covington.

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