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“Chiamatemi playboy”. Miracoli e leggende di Frank Worthington

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Night club, modelle e trasferimenti saltati per l’eccessiva attività sessuale: la storia del calciatore nemesi di Antonio Conte

Gianmarco Pacione

28 novembre 2019

Sono sulla bocca di tutti le parole di Antonio Conte. La pesante ingerenza nella sfera sessuale dei propri giocatori e la richiesta, più che esplicita, di evitare rapporti durante la stagione o, perlomeno, di renderli meno dispendiosi, ha fatto il giro del mondo. In tanti avranno storto il naso davanti alle sue dichiarazioni. Un ex giocatore in particolare, però, si sarà fatto una grassa risata ripercorrendo le proprie nottate di vizi ed eccessi. Quell’ex giocatore è Frank Worthington.

Worthington è un’icona. I nostalgici sono indissolubilmente legati alla sua figura ascetica, picaresca. Una vita, una carriera da playboy e mancino sublime; una rockstar del lato sinistro del campo, fenomeno narcisista dai baffi folti e dal capello fluente.

Tra gli anni ’70 e ’80 ha girato mezzo mondo grazie all’innato genio calcistico e al tocco vellutato: da Leicester a Bolton, dal Sud Africa alla Svezia, dagli Stati Uniti al Galles. Ad unire le quasi 30 squadre che gli hanno visto indossare la maglia è una caratteristica singolare: la capacità di legarsi perennemente e instancabilmente alle bellezze locali.

Jeans stretti, strettissimi, maglia nera glitterata e giacca istrionica. Worthington entra indelebilmente nell’immaginario collettivo con le sue sembianze da sfrontato guascone. Non gli interessa che la gente parli, che qualche conservatore lo derida dandogli della checca, che tanti manager non lo prendano in considerazione per la reputazione da insaziabile casanova.

Si descrive in un’intervista per un ‘Match Weekly’ del 1980: “Nato ad Halifax il 23 novembre 1948. Quando non gioco a calcio mi piace fare birdwatching, ascoltare Elvis e leggere Playboy. La mia macchina? Al momento non guido, ho la patente temporaneamente sospesa… L’avversario più duro che ho incontrato? Semplice, la mia ex-moglie”.

Un’aneddotica di dimensioni bibliche accompagna Worthington in ogni passo della sua carriera. Gran parte di essa si può ritrovare in un’ironica autobiografia uscita nel 1994 e intitolata ‘One Hump or Two?’, gioco di parole molto british con chiari riferimenti alla sfera sessuale (‘Una scopata o due?’). Nel libro si può trovare un’accurata lista dei migliori nightclub visitati da Worthington nei vari pellegrinaggi calcistici: ‘Frankie-Baby’ conosce più nightclub che stadi e non ne fa mistero, anzi…

Donna dopo donna, gol dopo gol. In un’intervista recente rilasciata ad una tv locale di Leicester, alcuni suoi ex compagni lo descrivono come il più buono e gentile dei fenomeni da baraccone. “Quando c’era Frank in spogliatoio tutti si fermavano a guardargli i vestiti, a scherzare con lui. I nostri parenti, i nostri amici, persino le nostre mogli ci continuavano a chiedere il permesso di entrare: tutti volevano conoscere il grande Worthington”.

Alla prima convocazione in Nazionale under 23 si fa trovare da Sir Alf Ramsey, manager vecchio stampo dal riporto perfetto, con stivali da cowboy, maglia rossa appena sopra l’ombelico e giacca colore lime shock. Davanti alle svariate alzate di sopracciglio risponde: “Non me ne frega se la gente mi accetta o meno. In fondo mi sono sempre sentito un pavone…”. Ramsey lo caccia istantaneamente.

Due lampi illuminano la mitologia attorno alla figura di Worthington. Il primo è di stampo calcistico: 1979, ‘Worthi’ sta giocando con il suo Bolton contro l’Ipswich Town, riceve palla spalle alla porta sulla linea dell’area grande. Un tocco di testa, tre palleggi cadenzati, il sombrero e l’istantanea fuga tra due difensori, la saetta mancina al volo. Nei video d’epoca si vede distintamente l’arbitro applaudire una soluzione balistica che resterà negli annali. Per tanti ancora oggi è il gol più bello della storia del calcio inglese. Alla fine della stagione Worthington porta i Wanderers in First Division, l’anno seguente segna 24 gol trascinandoli alla salvezza e vincendo la scarpa d’oro (davanti a un certo Kenny Dalglish).

Il secondo lampo ha poco a che fare con il prato verde ed è seguito da un fragoroso tuono mediatico. Bisogna tornare indietro nel tempo: 1972, l’Huddersfield ha lanciato tutto il talento del 24enne mago di Halifax e il Liverpool vuole disperatamente ingaggiarlo. Shankly lo accoglie a braccia aperte insieme allo staff medico, sembra già tutto pronto per la firma del contratto. Qualcosa, però, va storto. Nei giorni precedenti all’incontro ‘Worthi’ non ha fatto altro che danzare in camera da letto, dribblando groupie su groupie canticchiando i successi del suo amato Elvis. La pressione sanguigna risulta così inaspettatamente alta. I medici sono increduli: che tipo di attività extracalcistiche deve svolgere un uomo che ha questi valori? Shankly, però, non demorde. Sa che l’innesto di Frankie potrebbe cambiare volto ai suoi Reds. Arrivano ad un compromesso: Worthington viene spedito, a spese del club, a Maiorca per una settimana ‘disintossicante’ di lettino e relax. Un’idea suicida. Nei giorni trascorsi in Spagna il playboy di Halifax scompare in camera da letto, cullato da due donne svedesi: leggenda vuole fossero madre e figlia. Nel tempo libero gli fa visita Miss Inghilterra, costringendolo ad una lunga maratona di godimenti internazionali. Appena prima del volo di ritorno, poi, si apparta con una ragazza conosciuta in aeroporto. En plein. Tornato a Liverpool i suoi valori sono nettamente superiori a quelli precedenti, la trattativa salta bruscamente.

“Non c’era motivo di essere arrabbiato. Mi sono semplicemente detto: peggio per loro!”

Worthington finisce così al Leicester per  la bellezza di 100mila sterline. Nelle Foxes segna 72 gol in 5 stagioni, la sua cifra stilistica diventano i calzettoni che ogni partita si abbassano lentamente, allungo dopo allungo, per poi coprire interamente gli scarpini neri. Davanti ai continui rumours legati alle sue scappatelle serali, lui risponde con un brillante: “È vero, devo ammetterlo, un tempo uscivo spesso. Ma in questo periodo sono tranquillissimo. Sto uscendo solo 6 volte a settimana. Vi rendete conto?”. I locali delle East Midlands diventano la  sua nuova casa: si esibisce assiduamente in performance canore inondate da cascate di birra. Dà vita a siparietti indimenticabili, infuocando in particolare il ‘Bailey’s Nightclub’, istituzione locale. In un sabato notte del febbraio 1975 canta praticamente l’intera discografia del ‘King of Rock and Roll’, lo fa con la camicia aperta e il pelo in vista, con la zampa di elefante e gli stivali lucidi.

“La mia canzone preferita? ‘Aloha from Hawaii’: è Elvis al suo massimo”

Un amore, quello per la leggenda musicale del Tennessee, che sfiora il feticismo, segnando anche una scelta importante nella carriera di Worthington. 1979, dopo aver fatto ammattire le retroguardie di tutta la First Division con il suo Bolton, ‘Worthi’ decide incredibilmente di firmare oltreoceano per i Philadelphia Fury. Una scelta incomprensibile, che sciocca tutto il panorama calcistico britannico. Il genio mancino negli anni precedenti aveva esordito in Nazionale, era anche riuscito a segnare due gol, uno dei quali contro l’Argentina a Wembley. Perché fuggire? Per soldi? Per cercare nuove avventure dall’accento diverso e dai fianchi a stelle e strisce? Nulla di tutto questo. L’illuminata dirigenza dei Fury bussa a casa di Worthington con una cintura indossata per anni da Elvis Presley. Basta quest’oggetto di culto, al nativo di Halifax, per firmare il contratto.

La sua carriera prosegue passando per grandi istituzioni del calcio inglese come Leeds, Sunderland, Preston North End, e rapsodiche migrazioni alla scoperta dell’esotico: prima il Mjällby in Svezia, poi i Cape Town Spurs in Sudafrica. Negli ultimi anni si reinventa nei panni di allenatore-giocatore per il Tranmere Rovers, gestendo la squadra con modalità poco canoniche. “Quando sono arrivato ai Rovers i giocatori pensavano che sarebbero stati nei guai se li avessi visti tornare a casa prima delle 2 di notte. Avevano ragione”.

Worthington appende le scarpe al chiodo a 43 anni, dopo un’ultima stagione ad Halifax, nella sua terra natia. Oggi ha 71 anni e sta combattendo da qualche tempo contro il terribile disagio dell’alzheimer. Finita la carriera sportiva ha messo la testa a posto, dice di non bere e di essere sempre stato fedele alla sua ultima moglie. L’intera comunità inglese è stretta attorno a lui, lo dimostrano inviti costanti e partecipazioni attive a gare delle sue tante ex società.

In fondo è innegabile, Frank Worthington è stato ed è più di un calciatore. La vita di ‘Frankie’ è una ballata popolare, un racconto folclorico cantato sulle note di Elvis, una saga a sfondo rosa che il calcio moderno non potrà mai riscrivere.

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