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Carlos Caszely, l’attaccante del popolo

In un Cile burrascoso, un calciatore sfidò Pinochet e i suoi militari, sconfiggendo la dittatura

L’11 settembre 1973 il Cile è in fiamme. I militari di Pinochet stanno ribaltando gli assetti politici nazionali, lo stanno facendo tragicamente, bombardando il palazzo presidenziale di Santiago e destituendo con la forza il governo di Salvador Allende. A migliaia di chilometri di distanza, nella soleggiata Valencia, un ragazzo tarchiato ha il volto rigato dalle lacrime. È Carlos Caszely, baffuto attaccante cileno del Levante: sta piangendo per la sconfitta della democrazia, sta piangendo per la sconfitta del suo Paese civile.

Carlos Humberto Caszely Garrido non è un calciatore comune. Nasce a Santiago nell’estate del 1950, il padre è un ferroviere di origini ungheresi (il cognome parla chiaro), la madre è una distinta ragazza della middle class cilena.

Da giovane, Carlos divide il suo tempo tra i libri e il pallone. Al liceo è sempre presente, interroga i professori, lascia intravedere un’intelligenza spiccata e una singolare vena polemica. Sul campo anticipa i difensori leggendo ogni giocata, s’impadronisce rapacemente degli ultimi 15 metri e delle reti avversarie.

Durante gli anni liceali Caszely inizia a partecipare a riunioni e manifestazioni politiche.

I suoi ideali si fondano su nozioni di sinistra e principi progressisti. Si avvicina con entusiasmo alla coalizione Unidad Popular, sostenendo fermamente l’operato di Salvador Allende, volto protagonista della campagna.

Nel 1970 Allende viene eletto e il ventenne attaccante del Colo-Colo scende in piazza a festeggiare, a regalare abbracci e sorrisi, a ringraziare i compatrioti per essere dalla parte della democrazia. Solo tre anni prima aveva esordito in prima squadra nell’Eterno Campeòn di Santiago.

Nel Colo-Colo si rivela immediatamente il prolifico “delantero” che in Cile attendevano da tempo.

Carlos ha il bacino basso, le gambe potenti e il petto gonfio: all’interno dell’area di rigore il suo acume gli permette di farsi trovare pronto, guizzante, risolutivo. La gente inizia a chiamarlo “El Rey del Metro Cuadrado”.

A meravigliare è la qualità unica di coordinarsi in un fazzoletto, di colmare costantemente, con il corpo e i capelli ricci, la zona del campo prossima ai pali.

Le sue reti si ripetono sequenziali e identiche tra loro: la punta scivola sulla linea del fuorigioco, supera il portiere con una leggera finta ad uscire, calcia chiudendo verso il centro della porta o conduce la palla all’interno di essa.

Un gol ogni due partite, questa è la media strepitosa mantenuta tra il ’67 e il ’73 dal ragazzo santiageño. Proprio in quest’ultimo anno di Colo-Colo, Caszely fa un deciso passo in avanti sociale: si schiera pubblicamente nelle consultazioni politiche nazionali.

Da goleador famoso in tutto il Sudamerica, fresco del premio di capocannoniere in Libertadores, il figlio del ferroviere ungherese fa rieleggere due deputati del partito comunista, pronunciandosi più volte in loro favore.

Poi, soddisfatto del suo operato, decide di abbandonare il Paese. Sale sull’aereo e decolla, direzione Spagna e Valencia: ad attenderlo le rane di Levante.

Il campione cileno, ormai stella internazionale, trascorre una stagione inaspettatamente travagliata nei ‘Granotes’. Il motivo è semplice. Dall’altra parte del mondo il panorama politico di casa muta completamente in poche settimane, giorni, ore, colpi di fucile.

La dittatura di Pinochet fulmina un Paese intero, trascinandolo in un vortice di violenza, terrore e apatia obbligata.

Caszely ritorna in patria il 21 novembre, a due mesi di distanza dal golpe armato. Deve giocare lo spareggio di ritorno contro l’Unione Sovietica per l’accesso ai Mondiali previsti in Germania Ovest.

Il clima è surreale, l’aria che si respira è pesantissima. Caszely sa di essere un nemico pubblico, sente il peso del suo pensiero, delle sue idee, è consapevole di quanto possa essere scomodo per il regime appena instaurato.

Tra gli oppositori di Pinochet girano clandestinamente foto che ritraggono l’attaccante abbracciato ad Allende: il regime lo teme, un suo eventuale gesto simbolico potrebbe fare tanto, troppo rumore.

“El Rey del Metro Cuadrado” viene seguito come un pericoloso carbonaro, nota continuamente agenti segreti nei suoi pressi (situazione simile a quella attuale di Deniz Naki).

L’Unione Sovietica rifiuta di presentarsi all’Estadio Nacional. Per i giocatori di Blochin non ha senso giocare in uno stadio intriso di sangue e dolore, utilizzato nelle settimane precedenti come centro di detenzione, di torture e di violenze per frotte di dissidenti.

La Roja si trova a scendere in campo senza avversari, battendo il calcio d’inizio con una metà campo vuota di fronte: una scena che, ancora oggi, resta incisa a fuoco nella storia del calcio e della politica mondiale.

11 contro 0. I cileni si passano tutti la palla, tessono una tela avvilente, seguendo la precisa trama propagandistica. Dopo una decina di secondi arrivano in rete con il capitano Francisco Valdes. I presenti allo stadio esultano straniti, non sanno come gestire emozionalmente una situazione tanto inverosimile, non sanno come reagire: gioiscono solo per evitare violente ritorsioni.

Caszely durante la catena di passaggi vuole nascondersi, vuole uscire dal campo, per un attimo pensa di calciare il pallone in tribuna e interrompere quel grottesco dramma sportivo.

Prevale il timore di perdere tutto: carriera, famiglia, amici. Prevale il terrore di essere il solo ad ergersi contro un mostro multiforme e indistruttibile. Pochi minuti dopo vomita in bagno, schifato dalla sua codardia, al suo fianco lo imita il compagno di Nazionale e d’ideali Valdes.

La debolezza di quel momento non abbandonerà mai la coscienza e la mente di Carlos Caszely. Istantaneamente “El Rey del Metro Cuadrado” decide che non si sarebbe più piegato davanti al nemico.

Nell’estate 1974, appena prima dei Mondiali tedeschi, Pinochet davanti ai media cileni si presenta a salutare la Roja pronta a partire. Stringe la mano a tutti, uno per uno. Carlos Caszely incrocia lo sguardo del dittatore e, con una grande calma apparente, mantiene le braccia salde e incrociate dietro la schiena. Pinochet passa oltre. Un rifiuto che lascia sgomenti compagni, allenatori, giornalisti e Pinochet stesso.

L’inaudito sgarbo viene seguito da un altro evento controverso. All’esordio del Mondiale Caszely rimedia contro i padroni di casa il primo cartellino rosso della storia della competizione.

In patria si urla al complotto, i sostenitori dell’autonominato presidente inveiscono contro il presunto traditore, lo ritengono colpevole di vilipendio sportivo.

Ancora oggi non si sa se quel doppio calcio da dietro sia stato un intenzionale gesto politico o un semplice fallo di reazione. Sta di fatto che il Cile viene eliminato dopo i due pareggi con Australia e DDR. Alcuni sobillatori instillano in Pinochet l’idea che Caszely si fosse fatto mostrare il cartellino rosso per saltare l’incontro con la Germania dell’Est, sottraendosi dalla battaglia con  i ‘compagni’ europei.

La bufera si abbatte su Carlos: viene immediatamente allontanato dalla Roja, il suo nome viene bandito dalle strade di Santiago, diventa un esiliato; sua madre addirittura viene prelevata e interrogata ferocemente, subendo lo stesso trattamento di cospiratori e rivoluzionari. Caszely, ad un oceano di distanza, viene epurato dalla nazionale cilena e si accasa all’Espanyol dove gonfia tristemente le reti per quattro anni.

Il suo ritorno al Colo-Colo, a fine ’78, viene salutato da un incredibile entusiasmo popolare.

Al tramonto della stagione, davanti ad un plebiscito senza precedenti, Caszely viene convocato nuovamente dalla Roja. In Copa America segna 3 gol, come Socrates, arrivando terzo nella classifica marcatori. Tra ’79, ’80 e ’81 vince tre scarpe d’oro in patria, segnando rispettivamente 20, 26 e 20 gol.

L’attaccante a livello sociale resta in incognito, non si espone, vive con irritato distacco il consolidamento del regime di Pinochet. Almeno fino al 1982.

In Spagna, ai Mondiali, la storia sembra ripetersi: nella decisiva partita con l’Austria Caszely si ritrova sugli 11 metri, pronto a calciare un rigore pesantissimo.

La rincorsa non sembra convinta, la sfera si spegne larga, larghissima sul fondo. Un rigore troppo brutto per essere vero, per non essere frutto di qualche ragionamento intimo e superiore.

Carlos l’avrebbe rifatto, avrebbe di nuovo teso un agguato sportivo a Pinochet e soci, l’avrebbe fatto nel palcoscenico più importante del fútbol. In patria il sospetto e l’indignazione esplodono nuovamente in poche ore. Il numero 13 non rilascia dichiarazioni.

Negli anni seguenti Caszely prosegue a suon di gol la sua saga con il Colo-Colo. La banalità calcistica viene interrotta, però, nel 1985 da un altro fatidico faccia a faccia con il generale Pinochet.

La trentacinquenne leggenda cilena si presenta per un incontro istituzionale alla Moneda, il palazzo presidenziale. È in completo elegante e indossa una cravatta completamente rossa: colore tutt’altro che casuale. Saluta il generale senza stringere la mano, fissandolo negli occhi. Lo scambio di battute seguente si scalfisce nella memoria nazionale.

“Lei porta sempre la cravatta?”

“Sì, non la tolgo mai. La tengo dalla parte del cuore”

Pinochet disegna a mezz’aria, con le dita, il gesto delle forbici. “Te la taglierei subito”, sembra voler dire. Caszely resta immobile e fiero.

Il gol decisivo in questo duello con il tetro dittatore lo segnerà a tre anni di distanza, quando, in piena lotta per il referendum del 1988, Caszely recita in uno spot televisivo anti-Pinochet.

È alle spalle della madre, la stringe a sé mentre elenca tutte le brutalità subite durante il regime e durante la detenzione. Negli ultimi secondi di video il ‘delantero’ esce allo scoperto, siglando il più fatale dei gol, il più incisivo dei discorsi.

“Per questo il mio voto è NO. Perché la sua allegria è la mia allegria, perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti, perché domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre”

A vincere è proprio il NO e, ancora oggi, in molti dichiarano che quel video abbia influenzato una grossa fetta dei cileni indecisi. Carlos Caszely, per scelta, negli anni seguenti non entra in politica. La sua grande vittoria l’aveva già ottenuta. Una vittoria per sé stesso, una vittoria per il popolo cileno.

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