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L’altra Parigi del calcio

I milioni qatarioti hanno permesso al Paris Saint Germain di diventare la squadra di calcio più glamour del mondo. Ma per molti abitanti dei sobborghi di Parigi le vere squadre della capitale transalpina resteranno sempre loro, le storiche Red Star Paris e Paris FC.

C’è sempre un’altra Parigi. Via dalle luci, lontana dagli Champs Élysées e dai miliardi degli Emiri, mentre il PSG si giocherà il passaggio ai quarti di finale di Champions League con il Manchester United (con cui ha vinto a Old Trafford, all’andata, per 2-0) al Parco dei Principi, in periferia esiste un calcio antico.

Due squadre e un derby impossibile ma non troppo: scordandosi di Kylian Mbappé, di Neymar, di Edinson Cavani e Thiago Silva, ti inoltri in una metropoli che sarebbe piaciuta a Émile Zola e a Victor Hugo e, più di tutti, a Marcel Proust: alla ricerca del tempo perduto.

L’assalto alla Bastiglia del pallone parte dalla rive gauche. A Sébastien Charléty, storico e amante delle Belle Arti vissuto a cavallo tra l’’800 e il ‘900, è stato intitolato lo stadio che si trova nel XIII arrondissement. A giocarci è il Paris FC, club che disputa il campionato di Ligue 2. Lo slogan lanciato quando la squadra fu promossa, nel 2015, è una promessa: “Une ambition capitale”. Con un vivaio florido e un’organizzazione sempre più capillare, il motto non sembra essere una semplice trovata pubblicitaria. Ci sono stati tempi – che ora appaiono ascrivibili al Cenozoico, mentre si parla, in realtà, di pochi decenni – in cui il Paris Saint-Germain era guardato dal pubblico con freddezza. Fondato nel 1974, il PSG non scaldava i cuori, e in principio non era altro che la derivazione dello stesso Paris FC.

L’intreccio politico che voleva che venisse creata una forte società calcistica parigina condusse a una spaccatura che “figliò” gli uni e spedì gli altri al margine del professionismo. Fu una sorta di replica della biblica rinuncia di Esaù alla primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie, ma con essa iniziò una storia differente. Il Paris FC è passato per azzeramenti e ricostruzioni, cambiando più volte denominazione. Sogna, ora, di essere promosso e di affrontare il colosso PSG in un derby che rappresenterebbe il confronto tra modelli opposti. Le superstar del Parco dei Principi, ascese alla gloria internazionale grazie all’ingresso del fondo qatariota che fa capo a Nasser El-Khelaïfi, contro i bandoleros al cui vertice c’è Pierre Ferracci, un presidente dalle idee chiare e per nulla disposto a rinunciare alle ambizioni; ha provveduto alla realizzazione di un nuovo centro d’allenamento, a Orly, a sud di Parigi: “Abbiamo investito cinque milioni di euro per l’opera, e altri due sono pronti – ha detto a “The Indipendent” Ferracci –. Avevamo le peggiori infrastrutture della Ligue 2. Adesso sono le migliori. Tra quattro o cinque anni il nostro campo d’allenamento sarà, in assoluto, uno dei migliori di Francia”.

Le chance di approdare in Ligue 1 non sono affatto fantasiose, ma l’interesse del pubblico resta risicato: la media degli spettatori presenti allo Charléty per la stagione in corso supera di poco quota 3000. Ai piedi dei giganti è difficile che crescano i fiori, ma la conquista della promozione potrebbe portare a un sorprendente miracolo.

Per adesso, ad ogni modo, il derby è con il terzo volto della Parigi del calcio.

Quello, per alcuni versi, più radicato e affascinante, del Red Star.

Se al centro tecnico di Orly intravedono la possibilità di sognare in grande, nella banlieue conta soltanto salvarsi.

La classifica piange, con l’ultimo posto in Ligue 2 che rischia di anticipare la sentenza che verrà pronunciata a fine stagione. Eppure, da queste parti, il pensiero della resa non è nemmeno valutato.

Saint-Ouen è un sobborgo a Nord di Parigi. Per i turisti, il quartiere è noto perché ospita il mercato delle pulci più popolare della capitale. Qui abita il Red Star Paris.

Il simbolo, una stella rossa posta al centro di un riquadro verde, è il fulcro di articolate disamine che intendono chiarirne la provenienza. Tra queste, una fa riferimento al suggerimento di Miss Jenny, governante della famiglia di Jules Rimet, che tutti ricordano come l’ideatore della Coppa del Mondo, nonché quale più longevo presidente della FIFA, ma che è stato anche il fondatore del Red Star, nel 1897.

Rimet diede vita al club in un piccolo caffè parigino. All’epoca era uno studente di giurisprudenza. Avrebbe cambiato il calcio, ma intanto cercava di farlo attecchire nel territorio della capitale. Jenny avrebbe scelto il nome della squadra dedicandolo alla compagnia navale Red Star, che con i suoi transatlantici portava dall’Europa all’America migliaia di emigranti, solcando l’oceano sulla rotta tra Anversa e Coney Island. Leggenda o verità, di sicuro il bianco e il verde, che sono i colori, della società, sono divenuti un emblema resistenziale. Un dato di fatto, questo, evidenziato fin dall’iconografia che contrappone al Paris Saint-Germain il Red Star, che è di stanza in uno stadio, il vecchio Bauer, dalle tribune rugginose e per cui è stato necessario progettare una sollecita e laboriosa ristrutturazione, sostenuta anche dall’ex Presidente della Repubblica, François Hollande, non nuovo a frequentare le tribune dell’impianto e così coinvolto da non esitare a convincere a seguirlo pure dei ministri dell’Esecutivo. Ma il tratto politico del Red Star ha una definizione che porta alla Seconda Guerra Mondiale. Espressione di un quartiere popolare, un distretto della classe lavoratrice in cui la lotta all’occupazione nazista era forte, a far parte della squadra era anche Rino Della Negra, un giocatore i cui genitori erano italiani e che, durante il conflitto, era entrato in un gruppo partigiano dalle posizioni comuniste. Ferito e catturato dai tedeschi nel 1944, venne giustiziato. L’ultimo messaggio che fece recapitare in una lettera spedita al fratello Sylvain prima dell’esecuzione conteneva un saluto: “Envoie l’adieu et le bonjour à tout le Red Star”.

Di’ addio e buongiorno a tutto il Red Star.

Da sempre leva d’integrazione, con molti calciatori dal doppio passaporto, e allenato, in passato, da Steve Marlet, cresciuto in biancoverde, martinicano nato a Phitiviers, piccolo comune nella regione della Loira, con una buonissima carriera tra i professionisti, con 23 presenze e 6 segnati tra il 2000 e il 2004 con la nazionale francese, il Red Star si è guadagnato un culto di nicchia che lo rende, più del Paris FC, l’esatto contrario del PSG. Se al Parco dei Principi ha trovato piena consistenza il turbocapitalismo del calcio, la legittimazione della deregulation applicata allo sport, il superamento dell’identità comprato con centinaia di milioni di euro e la nascita per partenogenesi di un tifoso-non tifoso, ma puro cliente, al Bauer c’è la replica romantica e malinconica a questi concetti. Il Red Star ha brillato nella prima metà del secolo scorso, ha vinto quattro coppe di Francia, ma il declino che ne è seguito è stato continuo, con ripetuti saliscendi e interminabili difficoltà finanziarie. Nonostante tutto, il Red Star non conosce l’abbandono alla dittatura del calcio moderno. L’unico compromesso accettato è stato quello che ha portato a firmare un accordo di fornitura delle maglie con l’Adidas e di apporre sulla casacca il marchio di uno sponsor. Il resto è una rivolta permanente, gestita con meticoloso senso dell’equilibrio da Patrice Haddad, produttore cinematografico che dal 2008 è presidente e proprietario del club. Il suo intento di lasciare il Bauer per costruire uno stadio più spazioso e “commercializzabile” si è scontrato con la protesta della tifoseria, così Haddad ha rinunciato all’affare e ha spinto con maggior vigore sul senso di appartenenza di chi segue il Red Star.

Il forzato distacco dal Bauer è stato poi imposto dalle norme di sicurezza, che hanno spostato la squadra prima a Beuvais, una località a sessanta chilometri da Parigi, e dopo allo stadio Jean-Bouin, un’arena multifunzionale affiancata al Parco dei Principi. A gennaio, tuttavia, il Red Star ha potuto tornare a casa, provvisoriamente, per l’incontro dei trentaduesimi di finale di Coppa di Francia con il Caen, grazie a una piega normativa che, per l’occasione, ne ha consentito l’utilizzo. Vincent Chutet-Mezence, responsabile della tifoseria, appresa la notizia, ha esultato dicendo: “Quando abbiamo saputo che la partita si sarebbe giocata al Bauer, per noi è stato come ricevere un regalo di Natale, un raggio di sole. L’entusiasmo è enorme”. I tempi stimati per l’adeguamento dello stadio sono incerti. Entro quest’anno dovrebbe esserci l’assegnazione dei lavori. Si vedrà. Intanto, con il Caen, il Red Star ha perso per 1-0, battuto per un gol preso nel finale di partita. Il pubblico ha salutato i giocatori come fossero stati soldati rientrati in patria dopo una guerra durata troppo a lungo. I quattrini del Paris Saint-Germain, qui, sono gli unici veri stranieri.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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