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Solo una pallottola poteva fermarlo

Oscar Bonavena, era detto anche “Ringo” per essere un macho con i capelli con il ciuffo, come lo Starr dei Beatles. La sua era una vita turbolenta, non aveva paura di nulla e presto si fece strada sul ring: era un massimo dall’impetuosa combattività.
Ma il suo istinto lo portava a frequentare le peggiori bettole, i locali notturni più torbidi, a frequentare donne per una sera. Fu così che nel maggio del ’76 qualcosa andò storto.

Fu un colpo di fucile a spegnere per sempre Oscar Bonavena.
Una storia di donne, pare ci sia stata dietro al suo assassinio, avvenuto per mano di un buttafuori di un bordello, nel Nevada, un certo Ross Brymer, che faceva pure da sgherro per Joe Conforte, che di Bonavena era stato il manager negli Stati Uniti e che aveva giri nella prostituzione. La casa d’appuntamenti in cui Bonavena fu ucciso, il 22 maggio del 1976, il Mustang Ranch di Storey County, era di proprietà di Conforte, e non era la prima che conduceva. Tra gli anni ’50 e ’60, infatti, era stato titolare del Triangle River Ranch, a Wadsworth, per la cui gestione fu condannato a scontare ventidue mesi di prigione. Conforte, di fatto, era un magnaccia d’alto bordo. Sua moglie, Sally, era una viveuse, e Bonavena, un seduttore latino, un macho con i capelli con il ciuffo, cosa che gli aveva fatto guadagnare il soprannome di Ringo, come lo Starr batterista dei Beatles, ebbe con lei un’infocata relazione. Per questo, seppure non sia mai stata confermata, l’ipotesi è che la morte di Bonavena avesse come mandante Conforte. Nulla di provato: Brymer fu arrestato e condannato a solamente un anno e tre mesi di carcere, visto che il reato venne considerato omicidio involontario. 
Così se ne andò, trentatreenne, “Ringo” Bonavena, l’argentino che non conosceva la sconfitta per ko. Soltanto una volta aveva dovuto apprenderne il significato. Davanti al Re, davanti a Muhammad Ali.

Era nato a Buenos Aires nel 1942, figlio di italiani. Suo padre, Vincenzo, veniva dalla Calabria. La madre, Domenica Grillo, era ciociara. Erano emigrati alla ricerca di una vita migliore, più stabile. Al terzo bambino che ebbero diedero il nome Oscar Natalio. Per carattere, si era mostrato subito vispo, persino tempestoso. Un piccolo combattente, destinato a non combinare granché sui banchi di scuola, e attratto dalla feroce rabbia che si avvertiva nel sudore delle palestre. Il giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Roberto Fazi, quando Bonavena divenne noto, ne tracciò un ritratto dalla brusca lucentezza: “Quando per la prima volta entrò in una palestra di pugilato, Oscar Natalio Bonavena sapeva di compiere un atto per il quale era predestinato. Non fu il solito zio appassionato di boxe ad influenzarlo, nè il solito gruppetto di amici fiduciosi; appena nato, a vederlo con quel naso rincagnato, i pugni sempre chiusi, in una culla che era andata bene, prima a due fratelli (sarebbe andata bene ad altri sette) e che per lui sembrava ridicolmente stretta, il padre Vincenzo aveva detto: “Sembra un boxeador”. E così, quel nomignolo gli era rimasto”. Aveva sette anni, quando sua mamma, per una festa di carnevale, gli comprò un paio di guantoni, lo dipinse di nero con un tappo bruciacchiato e gli diede dei pantaloncini rossi su cui c’era scritto “Joe Louis”, il grande pugile che aveva entusiasmato gli Stati Uniti e il mondo intero. 
Il “costume” di Oscar fu premiato come il migliore della scuola. Poco dopo Bonavena lasciò gli studi.
E cominciò a battersi con sempre più forza.

Non aveva paura di prenderle. La sua mascella era resistente, il suo corpo era un pezzo di pietra, forgiato nella fatica del lavoro per conto del nonno Pasquale, che l’aveva mandato a fare da garzone in una macelleria in cui doveva spostare enormi pezzi di carne. Presto si fece strada sul ring: era un massimo dall’impetuosa combattività. Non riuscì a partecipare alle Olimpiadi di Roma del 1960, e ne fu ferito, perché una rara sconfitta durante le qualificazioni argentine gli costò il sogno del ritorno alle radici, carissime ai genitori e proprio al nonno. Si sarebbe rifatto presto, tra i professionisti. La sua fama raggiunse gli USA. Al Madison Square Garden di New York disputò un incontro con George Chuvalo, un boxeur canadese che, come lui, rifiutava qualsiasi concessione alla resa. Il match fu di una brutale violenza e assecondò la volontà dei due pugili, riportata da un articolo del “New York Times”: entrambi avevano chiesto alla Commissione Atletica dello Stato di far proseguire il combattimento senza interruzioni, qualsiasi cosa accadesse. Per dieci round, Bonavena e Chuvalo duellarono come tori in una gabbia. Vinse “Ringo”, ai punti, e la sfida entrò presto nell’aura dell’epica, più ancora che dello sport. Ma Bonavena sarebbe diventato un habitué delle grandi sfide. Per due volte affrontò Joe Frazier, per due volte perse, ma mai per essere andato al tappeto. I giudici gli diedero sempre torto, i loro cartellini decretarono la sua sconfitta, ma non ne limitarono la gloria. Se ne accorse anche Ali, che scelse di combattere con “Ringo” poco dopo il suo rientro dai tre anni e mezzo di assenza forzata per la sua renitenza alla leva. Ferdie Pacheco, l’uomo all’angolo del Campione, disse che in nessun altro incontro Ali aveva preso così tanti colpi. Poi vinse, unico a riuscire a battere Bonavena prima del termine: un gancio sinistro alla quindicesima ripresa stese Oscar, che si rialzò una volta, e fu abbattuto di nuovo, e infine una terza, quella definitiva. Ali prese un microfono e gridò: “Ho fatto quel che Joe Frazier non ha fatto: ho sconfitto per ko Oscar Bonavena. Dov’è ora? Voglio Joe Frazier”.
E l’avrebbe avuto, non molto tempo dopo.

Il 7 dicembre 1970, a New York, “Ringo” aveva perso con Ali. In Argentina fu accolto come un eroe. 
Restava, la sua, una vita turbolenta. Si era sposato, ma l’istinto lo portava a frequentare le peggiori bettole, i locali notturni più torbidi, ad andare a letto con le donne di una sera. Arrivò pure quella del Mustang Ranch. Una fatalona come tante ne aveva conquistata Bonavena. Quella sbagliata, legata a un good fella vendicativo.
Un guardaspalle spiccio, che estrasse il fucile e fece fuoco. Il suo sangue sparso in un bordello ai confini del deserto. Oscar Natalio, il boxeador, morì come aveva vissuto: senza avere mai paura. Sergio Sricchia, finissimo notista di pugilato, ne stilò l’addolorato “coccodrillo” scrivendo: “Bonavena pugile era un grande della boxe attuale. Bonavena uomo era un vulcano. Gli piacevano immensamente le donne ed era estremamente geloso. Non deve meravigliare che sia stato ucciso vicino ad un bordello perché quella era ormai la sua vita. Pur essendo innamoratissimo della moglie, nelle altre donne cercava lo sfogo di una vita e di una mentalità avventurosa”. 
Di là dal fiume e tra gli alberi, il furore di “Ringo” continuava a ruggire.

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