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Biniam Girmaye, la prima classica africana

L’eritreo che, vincendo la Gand-Wevelgem, ha scritto la storia del ciclismo

“Il Belgio e la sua passione non mi fanno paura. Ma le avete viste le nostre corse?”, aveva ironicamente domandato ai media, solo pochi giorni fa, Biniam Girmaye Hailu. Il filiforme profeta africano delle due ruote stava per affrontare una classica senza tempo, una delle più dolorose ed epiche parate ciclistiche, la Gand-Wevelgen.

Aveva sorriso pacatamente, stretto nel suo lungo e scarno corpo scalpellato dalle terrose strade di Asmara. Aveva percepito la benzina nelle sue leve, forse la possibilità di combinare un buon piazzamento per il suo team, l’Intermarché. Di certo non aveva pensato alla possibilità di scrivere la storia tra i muri del nord, là dove la storia smette di essere tale, diventando mito.

In un’epifania sportiva di 5 ore, 37 minuti e 57 secondi, Biniam Girmaye ha deciso di tingere di nero mosaici di pavé e campagne fiamminghe, ha deciso di governare le sublimi pendenze del Kemmelberg con raziocinio e fiducia, ha deciso di planare sul rettilineo finale di Wevelgem, diventando il primo africano a conquistare una Classica del pedale.

Icon Collection Juventus

A poco più di 21 anni, l’eritreo ha messo le ruote davanti al ringhiante Laporte, dipingendo un’istantanea inimmaginabile in una terra sconosciuta, in uno dei feudi belgi per eccellenza: governato, nelle sue 84 edizioni, per 50 volte da ciclisti locali e solo per 2 volte da non europei.

“Ho sofferto un po’ sul pavé, non ero a mio agio…”, ha commentato con calma incredulità Girmaye, quasi a rimarcare l’ovvia differenza morfologica tra le strette lingue di pietra fiamminghe e le vaste strade senza fine della periferia di Asmara. Proprio su quelle polverose routes ha preso forma la sua pedalata, iniziata dalla passione paterna. A 10 anni la prima bicicletta rossa, pochi mesi fa la prima affermazione internazionale, con l’argento iridato nel Mondiale Under-23. Di mezzo il soffio di una passione, di una disciplina che raramente ha incrociato la propria esistenza con l’Africa nera. Almeno nel percepito comune.

“Ogni domenica attorno ad Asmara ci sono così tante gare che è meglio non uscire di casa in macchina”. Nelle parole di Girmaye è racchiuso un retaggio sportivo secolare: un’unione, quella tra il popolo eritreo e il ciclismo, fondata principalmente, se non unicamente, sul colonialismo italiano. I 2300 metri sopra il livello del mare di Asmara, difatti, non sono unicamente oasi per maratoneti olimpionici, ma anche rarefatti velodromi en plein air tatuati da esotiche ruote.

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Dovrebbe far riflettere a riguardo un aneddoto raccontato dalla penna di Cosimo Cito su La Repubblica. Anno 1939, Coppa d’Eritrea, davanti a un manipolo di camicie nere si posiziona Gebru Ghebramariam, giovane contadino locale. La fiamma delle due ruote dalle parti di Asmara stava già soffiando e non si sarebbe più spenta, propagandosi flebilmente oltre Mediterraneo, come testimoniato dalla verticalità di Daniel Teklehaimanot, prima maglia a pois eritrea e da Merhawi Kudus, primo della sua nazione a partecipare al Giro d’Italia, nel 2016.

E proprio alla Corsa Rosa ha pensato Biniam Girmaye Hailu appena tagliato il traguardo più importante della sua vita e, indubbiamente, dell’intero movimento ciclistico del proprio continente: “Sono lontano da casa, da mia moglie e mia figlia da tre mesi. Non resisto più. Non vado a festeggiare, ma ad allenarmi. Tornerò a maggio con un sogno, il Giro d’Italia”.

Un sogno che potrebbe spalancare ulteriormente le porte al ciclismo africano, un sogno insito in ogni pedalata di Girmaye: “Questo successo spero cambi molte cose, non solo per me. C’è un futuro luminoso per tutti i corridori africani. I complimenti fateli a loro”.

Credits

Foto di Intermarché-Wanty-Gobert
IG @intermarchewg

Testo a cura di Gianmarco Pacione

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