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Behind the Lights – Olly Burn

Il fotografo inglese che immortala sottoculture urbane, luci britanniche e sforzo sportivo

L’opera artistica di Olly Burn è sospesa in una dimensione parallela. I suoi ritratti vibrano placidamente, toccando le note di un moderno carillon britannico. Nelle sue istantanee vengono rappresentati estatici sforzi fisici, luoghi eterei, cieli sconfinati che accompagnano l’occhio verso ciò che è presente, verso ciò che è assente.

Per il fotografo londinese la fotografia non è un’arte unilaterale, non è un’egoistica presa di posizione: è una collaborazione con l’atleta-protagonista, una sorta di lavoro a quattro mani. Linee e movimenti condivisi, studiati.

“Quando vedi persone brillanti nel fare qualcosa, è eccitante poterle ritrarre. Che sia basket o ginnastica artistica, calcio o skate, trovo sia stupendo ammirare la grandezza di un individuo e le mutevoli espressioni del suo corpo. Credo sia importante anche quest’idea di collaborazione con i protagonisti dei miei lavori. Per esempio a Cape Town ho fotografato per un’intera giornata un breakdancer. Faceva caldo e lui non si fermava mai. Io scattavo e pensavo tra me e me che un determinato scatto fosse perfetto per luci e composizione, lui lo guardava e mi diceva di no, qualche dettaglio del suo corpo era sbagliato: una mano piegata, un piede non allineato… Quindi ho continuato a scattare, fino a raggiungere una perfezione condivisa”

La fotografia di Burn attinge da contesti rarefatti solo all’apparenza, da calme piscine abbadonate al tramonto, da impercettibili campi di calcio.

Forti sono gli echi di sottoculture urbane, di attività sportive che non si limitano al sudore, ma che esondano nella moda, in un universo trasversale che ha allevato la sua immaginazione lungo tutti i magici anni ’90.

“Ho sempre avuto un debole per l’arte e per il design. Quando alle superiori ho dovuto scegliere in che ambito specializzarmi, ho optato per la fotografia. Crescere negli anni ’90 mi ha caricato di input visivi: i Chicago Bulls di MJ, il mondo sneaker, la cultura hip hop, ma anche cartoni come i Simpson… Tutto questo ha creato una miscela potente dentro di me, dentro il mio immaginario. Non è un caso se come punti di riferimento ho avuto due figure che calzano a pennello con tutto questo. Da un punto di vista sportivo Éric Cantona, ‘King Éric’, personaggio destabilizzante per la Premier League di quel periodo e per un giovane inglese che, per forza di cose, era intensamente legato al calcio. Il suo stile iconico ha reso i sabati più eccitanti. Fotograficamente parlando, invece, devo tanto a Jamel Shabazz e alla sua capacità di documentare una New York in ebollizione. Nessuno come lui è riuscito a rappresentare la street culture e l’estetica dell’hip hop”

E proprio la street culture emerge nel lavoro di Burn, vedendosi esaltata nei ritratti dedicati a skatepark e campetti, a comunità di persone che si riuniscono attorno ad una rampa o ad un canestro.

“Anche qui tutto ritorna alla mia adolescenza, periodo speso a giocare a NBA Jam, con le teste giganti dei giocatori, e ad osservare le gesta di Tony Hawk. Io stesso sono stato e sono un praticante di queste due discipline, ma oltre alla pratica in sé, mi ha sempre colpito l’effetto che questi sport hanno sulle persone, sulle comunità. Per esempio lo skate è un mondo ribelle per natura, ha quella reputazione, ma in questo periodo di pandemia ha avuto un grande impatto positivo sulla comunità londinese, e in alcuni miei scatti ho deciso di fare una sorta di tributo a questi giovani skater intenti a migliorare ciò che li circonda: un lavoro fatto per sé stessi, ma anche per gli altri”

Lo scrigno cittadino dipinto da Burn spesso si dischiude, rivelando bagliori e sfumatore del più tipico landscape inglese, convertendo alla contemporaneità quelle tinte naturali abitate romanticamente da illustrissimi connazionali, come Turner a Constable.

“Mi piace usare il cielo nelle mie composizioni. Credo permetta in un certo senso di elevare un atleta e la sua gestualità. Inoltre avere un cielo come sfondo cancella le distrazioni visive. La sensibilità per i panorami naturali l’ho sviluppata in Cornovaglia, dove ho studiato per tre anni e mezzo in un piccolo Art College. La possibilità di vivere in una metropoli e di affacciarmi ad un luogo così antitetico, sotto tanti punti di vista, ha decisamente evoluto la mia sensibilità artistica”

Uno shock culturale, tramutato in un mezzo di apprendimento, di crescita personale e, in seconda battuta, lavorativa. La galleria di Olly Burn è ambivalente eppure coerente, instilla luoghi magici nella selva urbana e traspone lo sfogo sportivo metropolitano nelle idilliache atmosfere d’oltremanica. Una ricerca mossa da un gusto delicato per soggetti e ambienti, uno stimolo che non smette mai di essere palpitante.

“Al momento sto lavorando su uno swimming club locale, persone che vanno a nuotare in un laghetto poco distante da dove vivo. Voglio capire cosa li spinga a farlo al freddo, magari la mattina. Anche in questo caso devo ammettere che il contesto è decisamente bello, quasi poetico”

Credits

Olly Burn

IG @ollyburn
ollyburn.com

1 marzo 2021

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