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Atleti di Dio

Matteo Floccari

6 agosto 2019

Quando la fede religiosa è più forte dello spirito competitivo.

La vita di ogni atleta, ancor più se di successo, è costellata di sudore, fatica e abnegazione per il raggiungimento dei propri obbiettivi. Alcune volte però il desiderio di vittoria è stato messo in secondo piano da alcuni atleti che hanno rinunciato a gareggiare per rispetto del proprio credo religioso e per sentirsi, verosimilmente, in pace con loro stessi.

Jonathan Edwards
Fenomeno del salto triplo britannico e mondiale, Jonathan Edwards è tuttora detentore del record iridato della specialità con il 18.29 fatto segnare ai Mondiali svedesi di Göteborg sabato 8 luglio 1995. Non è un caso la citazione del giorno della settimana, visto che quattro anni prima, nell’evento iridato di Tokyo, il londinese non prese parte alla finale del triplo in quanto questa si tenne di domenica. Edwards, figlio di un pastore anglicano, fino ai 27 anni d’età ha seguito in maniera ferrea il precetto che vieta ad un credente di lavorare, o svolgere attività professionale, nel settimo giorno della settimana. Probabilmente non avrebbe vinto la medaglia d’oro in Giappone, dato che non era ancora riuscito a trovare quella grande continuità di prestazioni che ne avrebbe poi condizionato la carriera, ma dopo una lunga riflessione col padre decise di abbandonare il precetto dal 1993, raccogliendo subito ottimi risultati, come la medaglia di bronzo ai Mondiali di Stoccarda. Da lì in poi è stata una messe di successi, con la vittoria alle Olimpiadi di Sydney, il record Mondiale con vittoria a Göteborg 1995, il successo iridato ad Edmonton 2001 e altre presenze sui più importanti podi del mondo dell’atletica leggera. Negli anni seguenti Edwards ha raccontato di aver perso la fede, definendosi ateo in svariate interviste a partire dal 2007, cosa questa che non successe a Eric Liddell.

Eric Liddel
Nato in Cina da missionari protestanti scozzesi, Eric fu uno degli sportivi multi-tasking più famosi della storia. Raggiunse infatti eccellenti risultati nel cricket e nel rugby (dove arrivò a giocare l’intero Torneo delle Cinque Nazioni nel 1922 e 1923 con la maglia degli Highlanders), ma è forse nell’atletica che scrisse definitivamente le sue pagine di immortalità all’Olimpiade di Parigi. Al pari di quanto accadrà a Jonathan Edwards 67 anni più tardi, anche Liddell scelse di non gareggiare di domenica, quindi il 7 luglio 1924 ebbe solo la possibilità di guardare il britannico Harold Abrahams diventare il nuovo re della specialità. Contemporaneamente dovette anche dire addio alle due staffette (4x100 e 4x400 metri), sempre in programma quel giorno, ma ottenne delle super prestazioni nelle altre due distanze veloci, i 200 e i 400 metri, per le quali si era allenato duramente dopo aver scoperto il giorno della settimana in cui si sarebbero tenute le finali a lui più care. La consolazione fu tutt’altro che amara, visto che martedì 9 luglio arrivò il bronzo nel mezzo giro di pista, ma soprattutto venerdì 11 luglio 1924 nessuno ebbe la possibilità di fermare la sua devastante avanzata nel “giro della morte”, quando con 47 secondi e 6 decimi fece segnare l’allora record olimpico e si prese la medaglia d’oro. Nonostante i successi rimase estremamente attaccato al suo credo religioso e già dall’anno seguente i Giochi parigini, il 1925, ritornò in Cina per operare da missionario, prima di conoscere la durezza della guerra e morire internato in un campo di prigionia giapponese nel 1945.

Amir Khan
Pugile inglese di passaporto e nascita, è cresciuto in una famiglia pakistana molto osservante del credo islamico. Talento decisamente precoce, Khan già a 17 anni riuscì a salire sul podio olimpico ottenendo l’argento nei pesi leggeri ad Atene 2004. Passato professionista l’anno seguente, il britannico riuscì a possedere tre cinture iridate nella categoria dei superleggeri tra il 2009 e il 2012, mettendo insieme una carriera di tutto rispetto con un record di 34 vittorie e 5 sconfitte in 39 incontri. Avrebbero potuto essere 40 i match dell’anglo-pakistano? Forse, ma nel 2014 la super sfida contro Floyd Mayweather non ebbe mai luogo. I due entourage sembravano d’accordo, ma essendo Khan musulmano praticante osservò rigorosamente il mese di Ramadan, che quell’anno andò dal 28 giugno al 28 luglio, fattore che gli impedì di allenarsi al meglio, e ancor di più di sostenere un combattimento. La richiesta di posticipare il match a settembre non fu accolta, e sfumò così l’occasione di Amir Khan di (chissà) infliggere quella che sarebbe stata la prima e unica sconfitta nel record di “Pretty Boy”.

Michael Jones
Grandissimo terza linea degli All Blacks, dei quali ha vestito la maglia dal 1987 al 1998, mettendo insieme però solamente 55 presenze. Questo sì a causa due gravi infortuni al ginocchio e uno alla mandibola, ma anche per via della sua fortissima fede cristiana che gli vietava di scendere in campo la domenica. Laureatosi campione del Mondo nel 1987 alla prima edizione della Webb Ellis Cup, nella seconda del 1991 non scese in campo in 3 partite: il 13 ottobre contro l’Italia nell’ultimo match della fase a gironi, il 20 contro il Canada nei quarti di finale e soprattutto il 27 in semifinale contro l’Australia. Un’assenza decisamente pesante quella di Jones, neozelandese di passaporto ma samoano di sangue, e chissà quante volte nel paese della lunga nuvola bianca si saranno chiesti come sarebbe andata quella partita coi cugini oceanici persa 16 a 6. Va detto che la federazione neozelandese scelse di non convocarlo per i Mondiali del 1995, giocati in Sud Africa e vinti dagli Springboks, dove il calendario aveva ancora una volta messo di domenica i quarti di finale e le semifinali, appuntamenti a cui Jones sicuramente non avrebbe risposto presente.

Euan Murray
Pilone scozzese che di professione potrebbe fare il veterinario vista la laurea brillantemente conseguita. Il roccioso highlander, nato e cresciuto a Glasgow, ha esordito con la nazionale del Cardo nel 2005, affiancando ad essa una eccellente carriera di club che lo ha visto protagonista nella sua terra natia, oltre che in Inghilterra ed in Francia. Cristiano osservate, Murray decise a fine 2009 di non scendere più in campo la domenica, una scelta coraggiosa per una colonna portante della Scozia. A partire dal 2010 dunque non ci fu Sei Nazioni o Mondiale che tenne, con le partite programmate di domenica che non lo videro mai in campo. Al pari di quanto successe con Jones per la Nuova Zelanda, anche in Scozia sicuramente questo fattore ha pesato nei risultati della Nazionale. Nella fase a gironi del Mondiale del 2011 infatti gli scozzesi subirono una sconfitta decisiva contro l’Argentina, un 13-12 che chiuse ogni possibilità di passaggio ai quarti di finale. Quel match si giocò il 25 di settembre, e non è difficile indovinare che giorno della settimana fosse…

Sandy Koufax
Mercoledì 6 ottobre 1965 i Minnesota Twins ed i Los Angeles Dodgers erano pronti a scendere in campo per affrontarsi in una partita delle World Series. Walter Aston, manager della formazione californiana, avrebbe voluto indicare il suo asso Sandy Koufax come lanciatore partente, ma il nativo di Brooklyn (proprio il borough dove i Dodgers divennero mitici fino al trasferimento a Los Angeles) rispose picche: quel pomeriggio lui non avrebbe lanciato. Questa scelta, di cui si discusse molto nell’America di allora, si deve alla fede ebraica di Koufax: nel calendario ebraico quel 6 ottobre c’era lo Yom Kippur, la più santa e solenne festa dell’anno per i credenti nella religione d’Israele. Assolutamente impossibile giocare per Koufax, che si ritirò in preghiera mentre i suoi compagni, con Don Drysdale come lanciatore partente, venivano sconfitti per 8 a 2 dai Twins. Sandy tornò sul monte per gara-2, dove fu lanciatore perdente, ma si rifece alla grandissima risultando decisivo nella quinta e soprattutto nella settima sfida. World Series 1965 vinte per 4 a 3 dai Dodgers e titolo di MVP a Sandy Koufax. Logico, no?

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