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Armstrong e Simeoni, l’imperatore e la spia

23 luglio 2004, Tour de France. Una storia di buoni e cattivi, di bocche chiuse e maledizioni

Ha parlato Filippo Simeoni, è tornato con la mente al lontano luglio 2004, data funerea per il ciclismo mondiale. Ha parlato e ha perdonato Lance Armstrong. L’ha fatto dopo molto tempo, in concomitanza con l’uscita di ‘LANCE’, documentario Espn in cui il ciclista texano si è messo a nudo, confidando di aver agito da “fottuto stronzo” nei confronti del collega laziale.

Simeoni ha rivelato di essere stato avvicinato da Armstrong nel 2013, il discusso Lance si limitò a chiedere perdono, in quell’occasione. Un’espiazione che solo oggi viene a galla e spinge Simeoni a concedere la grazia sportiva e umana ad un campione ormai in ginocchio.

Noi avevamo raccontato quel 23 luglio 2004, illuminando uno dei momenti più bui della Grand Boucle: un film dal sapore dell’asfalto, in cui buoni e cattivi sfrecciavano fianco a fianco, in cui intere carriere erano destinate a cambiare per sempre.

La ribellione è una categoria dello spirito. Il ciclismo è il primo dei grandi sport popolari. Prima che il business prevalesse, prima che l’attenzione mediatica diventasse un circo in servizio permanente effettivo. Ci sono luoghi sacri che ne raccontano i riti. C’è una corsa che, più delle altre, ne ha incarnato la leggenda. Si dipana attraverso le campagne, risale per i tornanti aridi dei Pirenei, scala le cime di ghiaccio delle Alpi. Scava tra fiumi e castelli, visita borghi antichi.

Parla di Albigesi e Capetingi, di Robespierre e Voltaire. L’accompagnano le voci di Edith Piaf e di Charles Aznavour, di Jacques Brel e Georges Brassens. È la vie en rose, è una corsa in giallo. È il Tour de France. Lo chiamano la Grande Boucle. Il grande boccolo, perché allo stesso modo di una ciocca di capelli arricciati contorna Parigi, l’iconico epilogo, lungo gli Champs Élysées, sotto l’Arc de Triomphe. Il Tour ha soltanto un vincitore e molti sconfitti.

Il ciclismo è fatica. Per questo per decenni ha attirato la passione della gente, in un duopolio condiviso con il calcio. Per questo è arrivato un tempo in cui ha perso quel senso mistico di appartenenza alla strada che ne ha celebrato la grandezza. Come se tutti i profeti che ne hanno recitato i salmi fossero stati riposti in un archivio polveroso. Lucien Petit-Breton, Ottavio Bottecchia, Gino Bartali, Fausto Coppi, Louison Bobet, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Laurent Fignon, Greg LeMond, Miguel Indurain: i vincitori. Gli sconfitti, un elenco troppo lungo e troppo lirico per mischiarlo con la prosa del giorno in cui il ciclismo abbandona le parole dell’elegia per trasformarsi in cosca, in camarilla, in gang. Non c’è più la squadra, bensì lo squadrismo.

Il 23 luglio 2004 è un cortometraggio crudele. Le immagini di quanto avvenne sono reperibili con la facilità che quest’epoca cibernetica consente attraverso un click su youtube, in un frame sgranato. C’è un Buono, c’è un Cattivo, e non ci sono manicheismi nella contrapposizione tra Filippo Simeoni e Lance Armstrong. Non ora, perlomeno. Al tempo, non fu così, lungo i 166 chilometri che portavano da Annemasse a Lons-le-Saunier, dal chiarore azzurro dell’Alta Savoia al liquido silenzio della Borgogna.

Lance Armstrong era il texano che stava per vincere suo sesto Tour consecutivo. L’americano che aveva battuto un tumore e che era un emblema di coraggio per milioni di persone. L’amico personale di Bill Clinton e di George W. Bush. Filippo Simeoni, invece, era un italiano che amava la terra da cui era venuto suo padre: Sezze, un paese vicino a Latina, tra Napoli e Roma. Una terra di lavoratori, una terra di confine, una terra di sudore. Filippo Simeoni era solamente un punto e virgola, in confronto alla monumentale antologia scritta da Lance Armstrong. Eppure, nel vortice di tessiture delle loro vite, si erano incrociati attorno a una cucitura, un rattoppo, una menda: il dottor Michele Ferrari. Uno scienziato, uno stregone. Saruman, non Gandalf. Il signore di un anello che avrebbe imprigionato generazioni di ciclisti, l’Epo. Eritropoietina: corri più veloce, corri senza sentire le gambe che scoppiano, la testa che si annebbia, i polmoni che si afflosciano.

C’era andato, da Ferrari, Simeoni. E c’era andato, ancor di più, Armstrong. Uno aveva provato a vincere. L’altro, aveva iniziato a stravincere e non aveva più smesso. Simeoni era il sudore di Sezze. Armstrong, l’imperatore del ciclismo. Un sovrano vendicativo, un sire che esigeva dai sudditi imposte, tributi, dazi. Per questo, quando Simeoni denunciò se stesso e Ferrari, le fondamenta dell’impero presero a tremare. E lo shogun che si annidava in Armstrong reclamò il sangue morale. Tra Annemasse e Lons-le-Saunier, la corsa di Filippo Simeoni è una fuga per la vittoria a cui volevano iscriversi in molti. E in sei, con Simeoni, avrebbero potuto farlo. Flecha, Fofanov, Mercado, Joly, Garcia Acosta, Lotz. Questi i loro nomi.

Ma tra chi voleva e chi poteva, aveva deciso Armstrong, c’era chi non doveva. Soltanto uno. Soltanto Filippo Simeoni. La spia, il traditore. Per questo l’imperatore che frequentava le stelle di Hollywood, che usciva con Sheryl Crow, che raccoglieva milioni di dollari per la ricerca contro il cancro, gli si incolò alla ruota. La punizione sarebbe stata la resa: “O molli o qui non scappa nessuno”, l’ordine. E Simeoni, sempre con il sudore di Sezze addosso, si sfila. Quando il gruppo riprende lui e Armstrong, l’imperatore gli fa un cenno universale che significa che deve tenera la bocca chiusa. Gli altri continuano a fuggire. Per quel che conta, vince Mercado. A Lons-le-Saunier nacque Rouget de Lisle, l’autore de “La Marsigliese”, l’inno nazionale francese. A Lons-le-Saunier, il ciclismo è sul capezzale di morte.

Il rancore di uno spietato feudatario è più feroce del dominio che ha esercitato sui propri possedimenti. Lance Armstrong vincerà sette Tour di fila, un record, per poi ritirarsi, con il suo scrigno colmo di indicibili segreti. Simeoni pagherà la ribellione con l’ostracismo. Come nell’antica Atene il cittadino che veniva ritenuto pericoloso per il sistema costituzionale era bandito, allo stesso modo il ciclismo di Armstrong confina l’uomo che ha detto di no all’imperatore in un limbo. I compagni di strada lo insultano. Qualcuno si scuserà, altri no. Lo emarginano, come si fa nelle associazioni malavitose con chi non scende a patti con il codice criminoso che le governa.

Su di lui pende un editto che si perpetua: “È un piantagrane”, il passaparola. Eppure il ciclismo è una sfida contro se stessi. Un metro ti senti finito, quello dopo scatti. Occorreva aspettare per capire chi fosse il Buono e chi il Cattivo. Non bastava tornare a vincere, e farlo prendendosi una maglia gloriosa, tracciata con il tricolore, il “verde bianco rosso” del campione d’Italia. La prima catarsi di Filippo Simeoni è nel 2008, a Bergamo. È quel traguardo inseguito da quando era bambino, è il poster di Bernard Hinault in camera, è il sogno di un’araba fenice coi pedali: post fata resurgam.

Ma è anche un’altra maledizione. È Armstrong che decide di tornare a correre, stufo di essere soltanto il marchio di se stesso, un prodotto in vendita, un personaggio da talk-show. È il Giro d’Italia del 2009. È il nuovo avvio dell’imperatore. È l’ultimo schiaffo al ragazzo di Sezze. Se c’è lui, non può esserci Armstrong, decidono. E Armstrong deve esserci, Simeoni no. Lasciano fuori la sua squadra. Si toglie la maglia tricolore, il Buono. Va nella sede della Federazione Ciclistica nazionale. Chiede di vedere il presidente. Non viene ricevuto. Apre la borsa, tira fuori un sacchetto. Lo lascia alla segretaria. Dentro c’è quel sogno d’infanzia.

La maglia del campione d’Italia. Il “verde bianco rosso” di quel bambino che voleva essere Hinault e sfidò Armstrong. L’ultima curva, l’ultima salita, l’ultimo addio. Verrà un giorno in cui l’imperatore sarà nudo. Spogliato della frode delle sue vittorie. Tutti i Tour cancellati. Una crepa nella Grande Boucle. Lance Armstrong, il texano dagli occhi di ghiaccio, ammetterà gli inganni compiuti: è il Cattivo. Filippo Simeoni lesse sui giornali della confessione. Forse per lui non era stata l’ultima salita. Non ancora. Era come quella canzone di Edith Piaf: “Je ne regrette rien”. Non rimpiango niente.

TEXT Matteo Fontana

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VIDEO youtube 1

18 settembre 2020

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