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Arcobaleno a spicchi, Reggie Bullock

Uguaglianza, rispetto, accettazione del diverso. Storia di un atleta profondamente impegnato

“Una delle lezioni che ho imparato da mia sorella è vivere senza curarsi del parere altrui e scoprire quanto sia bello farlo. Dovresti vivere libero e sentirti libero in quanto essere umano”

Diceva così Reggie Bullock, lo faceva quasi due anni fa, mettendo piede sul pullman scoperto organizzato in concomitanza da NBA e WNBA, in occasione della New York City Pride March.

In una Grande Mela spumeggiante, una cornice arcobaleno abbracciava i due metri muscolari del nativo di Kinston, il suo polpaccio impreziosito da un cuore e dalla scritta “LGBTQ”, le sue scarpe policromatiche firmate da tre lettere: MIA.

Solo quattro anni prima Reggie Bullock aveva perso sua sorella. Mia, appunto, nata Kevin. Originariamente era un fratello, poi aveva intrapreso il grande percorso alla ricerca del vero sé stesso, alla ricerca della vita e dell’identità tanto desiderate.

“Da piccoli giocavamo a basket per ore e ore. Crescendo, ricordo per esempio un giorno in cui mi aspettò a casa, era pronta a ballare e cantare sulle note di Beyonce: è forse il ricordo più bello che ho di mia sorella”

Mia venne brutalmente accoltellata negli oscuri vicoli di Baltimora. Un assassinio crudele e violento, pratica sinistramente comune nell’universo delle transgender afroamericane.

Reggie all’epoca giocava per i Los Angeles Clippers: una guardia tiratrice dal corpo interessante e dal solido passato collegiale a North Carolina. Era stato scelto al draft del 2013 proprio dalla franchigia losangelina, come venticinquesimo nome, avevano fatto seguito tante ombre e poche luci, spesso naturali conseguenze dei numerosi intoppi fisici.

Bullock, dal primo giorno all’interno della Lega dei sogni, aveva scoperto un ambiente attivo: humus fertile di sensibilizzazione e denuncia sociale. Si era avvicinato a pionieri della sincerità, come l’arbitro Bill Kennedy e il centro Jason Collins, entrambi dichiaratamente omosessuali.

“Mia sorella mi ha insegnato ad essere me stesso. Era felice quando poteva essere quello che era, non si preoccupava di come gli altri avrebbero vissuto tutto ciò. Per me una persona che riesce ad isolare il mondo intero, a fregarsene di quello che le altre persone pensano, è una persona forte. Questa è una delle cose più importanti che ho imparato da lei”

Una voce, quella di Bullock, che negli anni si è fatta sempre più potente, tramutandosi in battaglie trasversali e in progetti concreti. Educare all’uguaglianza, educare al rispetto, educare all’accettazione del diverso. Il basket per l’attuale giocatore dei New York Knicks è così diventato un mezzo sociale e culturale per veicolare messaggi incisivi, unici nel loro genere.

“Lotto per tutta la comunità LGBTQ, voglio combattere per tutte le persone che giornalmente sognano la piena uguaglianza e parità di trattamenti”

Tra i gesti più riconoscibili di Bullock, vanno annoverate le scarpe che indossa durante le partite, sempre personalizzate in onore di sua sorella e spesso colorate da un arcobaleno. Incessante è anche la sua attività nei centri giovanili, dove oltre a portare la propria testimonianza diretta, raccoglie attivamente le confidenze di centinaia di ragazzi rinnegati o imbavagliati da famiglie e ambienti sociali critici.

“Non c’è niente di meglio di parlare con questi giovani, di provare ad aiutarli. Spesso non hanno ancora confidato la loro condizione ai genitori, non sanno come dirglielo. Guardandomi indietro, non avrei mai pensato di riuscire a fare tutto questo. Sto anche ricevendo una grande risposta da parte di tutti gli altri giocatori della Lega”.

La trasposizione del lutto nella luce della parola: sembrava questo il destino di Reggie Bullock, nominato anche per il pregiato riconoscimento “Muhammad Alì Humanitarian Sports Award”. Un lutto che, tragicamente, si è ripetuto nell’ottobre dello scorso anno, trascinando nuovamente la guardia dei Knicks nella disperazione.

Dal 2014 al 2019, da Mia a Keiosha, anche lei inghiottita dalle strade di Baltimora, centrata sul petto da un colpo di arma da fuoco probabilmente fortuito. 26 anni una, 24 l’altra. “Le mie due regine se ne sono andate, ho fallito come fratello nel proteggervi dalle strade. Niente sarà più come prima”, ha dichiarato tramite i social poco dopo l’accaduto.

Fratello maledetto, uomo inerme di fronte alla spietatezza della vita.

Un arcobaleno grigio, quello di Reggie Bullock, un doloroso testamento umano che, nonostante tutto, tornerà a colorarsi e a colorare le vite di migliaia di persone. I suoi colleghi l’hanno omaggiato immediatamente dopo l’accaduto, facendo quadrato intorno alle sue grandi perdite.

Primo tra questi, sorprendentemente, Patrick Beverley, che durante la partita dello scorso gennaio l’ha avvicinato abbracciandolo. “Ha voluto omaggiare la mia potente storia. Anche lui, come tanti altri, rispetta la missione che mi sono dato”.

Durante questa stagione Bullock si è anche tinto i dread, raffigurandosi un arcobaleno in testa: “È un segno per mia sorella. È un segno per la mia famiglia. Voglio essere in grado di fare tante cose per loro”.

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