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Andy Ruiz Jr, The Destroyer

Il sottovalutato Andy Ruiz Jr, con i suoi 122 kg, ha messo al tappeto il dio greco Anthony Joshua strappandogli le cinture di campione mondiale dei pesi massimi.

Una vittoria (anche morale?) quella del pugile di origini messicane: chi l’avrebbe mai detto che il cicciottello della classe avrebbe sconfitto il figo della scuola?

La rivincita dei “maschi gamma” l’ha firmata lui. E l’ha fatto a suon di pugni. Andy Ruiz è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi per la WBA, la WBO, la IBF e la IBO. Fin qui, ci si potrebbe fermare a una levata di sopracciglio, a corrugare la fronte. Invece no, c’è molto di più. Le sue corone se le è prese in una sola notte, quella di sabato 1 giugno, al Madison Square Garden. La cosa più incredibile, però, è il modo in cui le ha conquistate: abbattendo Anthony Joshua, il prassitelico pugile inglese che sembrava invincibile e che, invece, è crollato, messo al tappeto per quattro volte in sette round da Ruiz. Ma se volete entrare nel campo della follia sportiva, sappiate che Andy non ha esattamente il fisico del boxeur come lo immaginereste, con i muscoli esplosivi e torniti, una specie di semidio uscito da un rito olimpico. Anzi: è oversized. Se non esistesse la propensione al politicamente corretto, lo si definirebbe un ciccione clamoroso.

Anthony Joshua è ricco e famoso. In Gran Bretagna è un idolo, e in poco tempo ha catturato anche le platee degli Stati Uniti. Alto, possente, scultoreo, perfetto per un action movie, per una parte da agente speciale che salva il pianeta dal complotto di qualche supercattivo. Un maschio alfa, seguendo i canoni dell’antropologia. Andy Ruiz pesa 122 chili, in larga parte di pancia. Dovrebbe condurre, come tanti di noi, la lotta quotidiana con i carboidrati, gli hamburger, la birra, le patatine e le bistecche in formato extralarge. Come tanti di noi, ci ha rinunciato. Se ne frega del giudizio degli altri, perché sta bene con se stesso. Andy è il bambino che veniva preso in giro a scuola perché era rotondetto a otto anni, ma rappresenta, pure il secchione, quello che sognava la compagna di classe più carina e faceva fatica a parlarle per timidezza. Uno splendido nerd, con l’orgoglio di esserlo, uno che ingoia, insieme ai panini, anche delle delusioni, ma che va avanti lo stesso. E, alla fine, vince. Una sorta di Rocky Balboa perennemente (e orgogliosamente) sovrappeso. Un maschio gamma che ha rovesciato qualsiasi pronostico e che, nel pugilato, ha colto un risultato che rimanda al tempo in cui Mike Tyson fu sconfitto, a Tokio, da Buster Douglas. Questo, signori, è andare oltre lo sport: siamo nell’ambito della poesia.

Premessa doverosa: non è tutto grasso (in ogni senso) quello che cola. Qualche rotolo di ciccia è rimasto perché Andy è stato chiamato alla sfida mondiale con appena un mese d’anticipo: ha sostituito Jarrell Miller, fermato per doping. L’unica “sostanza” di cui fa uso Ruiz è il bacon, quindi questo tipo di problemi non lo toccano. E poi è un boxeur pittoresco, ma senza dubbio forte, dato che in carriera ha perso solamente un incontro, ai punti, con Joseph Parker. Detto questo, riguardate su youtube l’incontro del Garden. Ripensate al momento in cui l’annunciatore presenta i due angoli. Joshua è un troneggiante re, avvolto in un accappatoio griffato, impeccabile, nel suo bianconero che esalta ancor di più, se possibile, la struttura apollinea del campione e al fianco ci sono i suoi secondi, nondimeno sobri, indiscutibilmente ultraprofessionali. Poi, ecco Ruiz: è contornato da quelli che, se non si sapesse che è sta per disputarsi un incontro valido per quattro titoli mondiali, crederesti essere venuti fuori da un romanzo di John Steinbeck, come “La corriera stravagante” o “Pian della Tortilla”, a fare il paio con l’accappatoio di Andy, che è uno schianto dorato, che sarebbe kitsch per tutti, ma che non può che farti parteggiare subito per lui. Pure di più, l’empatia nasce spontanea appena se lo toglie e noti la pinguedine del ragazzo, con i suoi tatuaggi che si dilatano sul pettorali flaccidi e fin sulla pancia (no, non gli addominali: proprio la pancia) che sovrasta i pantaloncini, sovrastati, alla cintura, dalla scritta “The Destroyer”. In qualche modo, somiglia all’amico d’infanzia goffo ma dal cuore grande, che in tanti deridevano alle spalle e che, appena vedeva che uno dei più piccoli veniva preso in giro, piazzava la sua mole di fronti ai bulletti per difenderlo. Inoltre, sebbene venga da Imperial Valley, in California, non c’è niente di americano in lui: si sente messicano, la terra cui sono emigrati i suoi genitori. Infatti, prima del gong, fa suonare è l’inno del Messico, il luogo delle radici. Questo Garrone con i guantoni non sarà mai un alfa, ma è il gamma perfetto.

Tenete a mente l’istante in cui Joshua lo stende, al terzo round. Osservate la sua reazione: la sua è una rivolta silenziosa, la stessa di chi, vittima di uno scherzo scemo nello spogliatoio della palestra, prima dell’ora di ginnastica, finge di stare al gioco, e intanto medita come sistemare i conti. Il bombardamento di colpi che si abbatte sul campione non è un capolavoro di stile: somiglia alla furiosa reazione del bambino dileggiato perché è troppo grasso, perché porta gli occhiali, perché non ha l’ultimo modello di scarpe o perché la cartella non gliel’hanno comprata nuova ma l’ha ricevuta già usata da un cugino. Non è un combattimento, il suo: è una rissa da cortile scolastico, una di quelle cose del tipo “Ti aspetto fuori”, detto dal belloccio della classe delle medie, già con gli ormoni in movimento, che si pavoneggia per i primi baci scambiati furtivamente e vantati quali prede con ampia descrizione dei particolari, mentre dileggia i ragazzini che sono, contrariamente a lui, chiusi nell’impaccio di un’età di mezzo piena di insicurezza. E poi, fuori, ci va sì, Andy, e non è come credono che sia. Un pugno dietro l’altro, sistema Joshua, tra lo stupore degli spettatori attorno al ring. Il Garden non è un cortile, però l’amico cui vuoi bene e che gli altri chiamano sogghignando “cicciabomba” ha demolito il precoce alfa. Ogni volta che lo spedisce ko, l’arbitro lo invita a spostarsi, e la sua corsa pasticciona, con la pancia che balla e le gambe tozze che saltellano, è uno spettacolo. Andy Ruiz è il maschio gamma che difende tutti noi.

Alla settima ripresa è l’apoteosi. Tre volte Joshua va giù, per due si rialza. Arriva a sputare il paradenti, per recuperare tempo nel conteggio. A fuori di colpi, poco ci manca che non finisca oltre le corde. Alla terza caduta si deve arrendere. Un boato invade il Garden, New York, è il grido del Messico. Andy ha vinto, Andy è il campione:Non posso credere di essere arrivato fino a qui, sono anni che lavoro per vincere, da sempre sogno questo momento. Volevo che gli scettici sul mio conto si ricredessero, tutti pensavano che sarei andato al tappeto alla terza ripresa e invece ho vinto. Sul ring ha parlato il mio sangue messicano”, dice. Rocky urlava “Adriana!” dopo il primo incontro con Apollo Creed, e la scena ci commuove sempre, ma Andy non è da meno. Joshua l’ha presa da galantuomo e si è complimentato pubblicamente con il Nostro, mentre tramite il suo manager, ha già chiesto la rivincita.  Quando tornerà in classe, state certi che nessuno ridacchierà più del nostro amico con la pancia. Provateci, e ci penserà lui a darvi la lezione che vi meritate, detestabili  alfa che non siete altro.

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