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Anche i manager piangono

Le lacrime del g.m. dei Warriors per l’infortunio di Durant fanno parte di tutti noi

Alla faccia dei pronostici, e di chi (i più, in realtà) riteneva che le Finals sarebbero state una passeggiata sul red carpet per i Golden State Warriors, stanotte, all’Oracle Arena di Oakland, la Dub Nation potrebbe assistere all’incoronazione dei nuovi re della NBA, i Toronto Raptors. Fosse così, l’evento storico sarebbe la prima volta del passaggio dell’anello in Canada. Per la squadra di Nick Nurse si tratta del secondo match point della serie. Il primo è andato sprecato, lunedì, in un 106-105 illuminato dalla portentosa grandezza di Steph Curry e gelato dall’infortunio di Kevin Durant. I Warriors, già incerottati, hanno perso uno dei loro leader. E di lacrime vere qui si parla.

Anche i manager piangono. L’ha fatto Bob Myers, il responsabile dell’area tecnica di Golden State. In conferenza stampa, dopo la vittoria di Toronto, emersa la natura del problema che aveva costretto Durant a lasciare di una partita in cui stava giocando una pallacanestro da marziani (rottura del tendine d’Achille, risulterà dai controlli medici), Myers non è riuscito a trattenere l’emozione e ha detto: “Prima di tornare in campo, ha fatto quattro settimane di lavoro con lo staff medico e ha visto più di uno specialista, si è sottoposto a diverse risonanze e al parere di molti dottori. Ci sentivamo sicuri del modo in cui avevamo affrontato l’infortunio, gli era stato dato il via libera per tornare in campo. È stata una decisione presa insieme. Non credo che ci sia nessuno da dover incolpare per quanto successo, ma capisco questo mondo e se c’è qualcuno a cui dare la colpa quello sono io perché sono il responsabile della parte cestistica della squadra”. Durant era appena rientrato, aveva superato un problema al polpaccio destro che gli aveva impedito di giocare con frequenza. Poi, il disastro. Nessuno si può azzardare a dire, e nemmeno a pensare, che sia stato Bob Myers a causare quanto è successo lunedì. Eppure quest’uomo riservato, che non ama le telecamere e che vive per i Warriors, si è lasciato andare a un’espressione di dolore pubblica e intima assieme: Lasciate che vi dica una cosa su Kevin Durantha ripreso Myers, senza riuscire a fermare i singhiozzi – Lui ama giocare a pallacanestro, e le persone che hanno messo in dubbio la sua volontà di tornare a giocare per questa squadra si sbagliavano. È una delle persone più incomprese: è un bravo compagno e una brava persona. Sono fortunato a conoscerlo”.

Lasciate che scriviamo una cosa su Bob Myers: non si parla di un semplice general manager. Non è un uomo che pensa ai Golden State Warriors come a un’azienda. Lui, di questa franchigia, è un tifoso. E non perché dai risultati della squadra dipenda la resa del suo lavoro, ma perché della Dub Nation ha fatto sempre parte. Lui che è nato ad Alamo, appena fuori dalla Bay Area, e che nel portafoglio conserva come una reliquia il biglietto della sua prima partita nello stesso palasport in cui, ora, segue da dirigente i Warriors. Golden State contro New York Knicks, 15 gennaio 1982. Nella California dello Showtime dei Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kaarem Abdul-Jabbar, il piccolo Bob, che avrebbe compiuto a marzo sette anni, compì il primo atto di fede per i colori che ne hanno accompagnato la crescita, la formazione, le gioie, le sofferenze. Il suo posto del cuore non è mai cambiato. Sapendo questo, si può capire con maggiore chiarezza quanto siano vere e profonde le lacrime che Myers ha versato per l’infortunio che, per lunghi mesi, terrà fuori dal campo KD.

Il pianto non è soltanto quello del dirigente, dell’uomo-mercato, del g.m. che vuole vincere e che, senza un giocatore dal tremendo impatto come Durant, vede assottigliarsi le possibilità di cogliere il successo. Nient’affatto: sono le lacrime di un tifoso che ha perso il proprio Campione. C’è qualcosa, in Bob Myers, che trasmette immediata empatia. Californiano vero, il profilo aperto, da candidato ideale alla presidenza degli Stati Uniti per i Democratici, ma con l’idiosincrasia ai social network, cosa insolita per chi viene dalla terra della Silicon Valley, in cui il computer è più necessario e funzionale di una lavatrice o un frigorifero, Myers ha trasformato l’immagine di Golden State, rendendola la Squadra per eccellenza della NBA. Il giornalista Dario Costa ha scritto per Sky Sport un pezzo che esplicita il senso dei Dubs costruiti da Bob: “La loro rivoluzione è stata anche, forse prima di tutto, mediatica: il cambio di sceneggiatura rispetto alla narrazione su cui le squadre dell’epoca moderna hanno caratterizzato le loro epopee — dall’impenetrabilità Zen di Bulls e Lakers guidati da Phil Jackson alla Pyongyang nero-argento piantonata da Duncan e Popovich — è di quelli notevoli. E anche in questo senso, a dettare la linea senza sentire la necessità di ribadire platealmente il proprio ruolo di leadership è stato Bob Myers”. Compreso questo, si comprende la ragione profonda di un pianto che, comunque vada a finire la serie, che si chiuda tra poche ore con la gloria per i Raptors del mercuriale Kawhi Leonard o che tutto torni in gioco per un sensazionale ultimo atto a Toronto, non si può immaginare che un tifoso non sogni di avere, a dirigere il club che sostiene e per cui palpita, uno come Bob Myers. Uno di noi, già.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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