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American Motorcycle Club

Matteo Fontana

30 agosto 2019

La missione dei componenti dell’American Motorcycle Club era quella di andare oltre il limite. È per questo motivo che le gesta dei centauri americani riecheggeranno per l’eternità, come il rumore assordante ma inebriante dei loro bolidi.

Furono i Beach Boys del motociclismo. La grande ondata USA che prese possesso dei circuiti tra gli anni ’80 e i ’90: quei ragazzi erano veloci e spettacolari. Dagli Stati Uniti con furore. Qualcuno era spericolato, qualcun altro raziocinante (per quanto si possa esserlo se devi filare in sella a una “bestia” su due ruote che va a centinaia di chilometri all’ora). C’era chi vinceva, e poi quegli altri, che magari avevano meno premi e coppe da parte, ma che entusiasmavano la gente con numeri da giocolieri su pista. Erano gli americani, signori, ed avevano uno stile da impazzire.

Lo chiamavano Fast Freddie. Non poteva che esser così: veloce per eccellenza lo era, un recordman che fece la storia. Per primo, infatti, Freddie Spencer conquistò nello stesso anno il Mondiale nella classe 500 e quello nella 250. Poi arrivarono altri ad emularlo, ma a rompere la soglia dell’apparentemente impossibile fu lui. Nel 1985 vinse sette gare in una classe, altrettante nell’altra. Sosteneva di avere doti da supereroe. Nel meraviglioso circus motoristico dell’epoca c’erano già tanti campioni Stars and Stripes. Il padre nobile della generazione d’oro dei bikers americani era stato Kenny Roberts. Che romanzo, la sua vita. Da ragazzino faceva il cowboy. Veniva dalla California e si prese il mondo alla guida di una Yamaha, la marca che non avrebbe mai abbandonato. Pilotava la moto come un ranchero a cavallo, facendo stridere le protezioni sull’asfalto, sporgendo in fuori le gambe per affrontare le curve, alla maniera di Jarno Saarinen. Più che un campione, era un professore matto che inaugurò l’usanza di festeggiare le vittorie facendo un giro di pista in impennata, su una ruota sola. Dal 1978 al 1980 il Mondiale 500 fu il suo giardino privato. Dopo, arrivò Spencer, a capeggiare la new wave statunitense, e nel 1982 gli soffiò per due piccoli punti il quarto titolo. Freddie era il duca della Honda, con la sua NSR 500 divideva e comandava. Pareva invincibile, e invece fu proprio dagli USA che arrivò l’uomo che lo detronizzò. Era californiano come Roberts, con cui condivideva anche la moto: Eddie Lawson lanciava la sua Yamaha lungo piste infuocate. E vinceva, vinceva tantissimo. Il bagliore folgorante di Spencer si esaurì dopo quel 1985 da leggenda.

Venne il tempo di Eddie, anticipato, nel 1984, dal primo Mondiale dominato in 500. Il suo potere si sprigionò al pieno della potenza nella seconda metà dei favolosi Eighties: si prese altri tre titoli, nel 1986, nel 1988 e poi nel 1990, dopo essere passato nel Team Roberts, diretto da Kenny. Il 1990, già: sponsor tabaccaio Marlboro, la scuderia del marziano che aveva dato il via alla grande scuola americana (e in cui era emerso anche Randy Mamola, pure lui californiano, caso unico di pilota che entrerà nel ristretto novero delle GP Legends, l’Hall of Fame del motociclismo, pur non avendo vinto nessun titolo) si affermò in totale grandezza. Il Mondiale delle 500 con Lawson fu bissato da quello in 250, colto da un altro fenomeno Made in USA, John Kocinski. Ulteriore storia da raccontare, la sua. Nel segno della predestinazione, il ragazzo di Little Rock, Arkansas. Impressionava nelle minimoto, aveva cominciato a montare in sella da bambino e non aveva mai smesso di premere sulla leva dell’acceleratore. Roberts lo vide e non ebbe la minima esitazione: John avrebbe fatto fortuna. E fu così, per quanto il Mondiale del 1990 sia rimasto l’unico che vinse. Geniale e metodico, amatissimo per il suo coraggio, dotato di una mente strategica che gli ha fatto fare milioni di dollari. Attenzione, però, perché Kocinski i soldi veri li ha guadagnati mettendosi nel mercato immobiliare, comprando e vendendo case per le stelle di Hollywood, che si contendono le sue consulenze. A carriera finita si è dilettato a svolgere il ruolo di collaudatore per la Yamaha e ha detto: “Forse andare a 280 all’ora non è così pericoloso: io ho più paura quando sono impegnato in un affare da qualche milione di dollari. In quei casi l’adrenalina scorre più velocemente di quando si manca un riferimento in staccata”.

Andare oltre il limite: questa era la missione di tutti i componenti dell’American Motorcycle Club. L’esperto per eccellenza della specialità è stato Kevin Schwantz:È un fenomeno che va più forte di tutti, e se impara a concludere le gare può vincere cinque titoli mondiali”, disse di lui Freddie Spencer, il primo a individuarne il talento. Predestinazione: è sempre questa la parola magica. Schwantz era talmente sfrontato, a tal punto amante del rischio e della velocità, da finire spesso per ritirasi, a causa di una caduta, quando stava lottando per vincere una corsa. Così di Mondiale ne ha vinto uno, in 500, nel 1993, ma gli appassionati andavano fuori di testa per gli equilibrismi, le sfide aperte alle leggi della fisica, all’agonismo puro che faceva sprizzare in pista. La sua bandiera era la Suzuki e il titolo che mise in bacheca fu contraddistinto dalla sofferenza per quel che era accaduto al suo rivale per eccellenza, Wayne Rainey. Fu un giorno maledetto: era il 15 settembre del 1993. Rainey era stato mondiale per tre volte e si preparava a suggellare il poker. Un pilota “pulito”, che faceva sempre la cosa giusta al momento giusto. In Italia, sul circuito di Misano, la sua Yamaha (era sempre del Team Roberts, marchiata Lucky Strike) scivolò a terra, Wayne picchiò la schiena e restò paralizzato. Continua a lavorare nell’ambito del motociclismo, è un esempio e una figura rispettata da tutti. Fu la fine di un’età luminosa, riaccesa nel tempo da nuovi campioni, da Kenny Roberts junior a Nick Hayden, il Kentucky Kid, che perse la vita in Italia. Come Rainey, era nella zona di Misano, ma non sul circuito, bensì in bicicletta, mentre girava per la zona. Uscì da uno stop, fu investito da una macchina che sopraggiungeva lungo la strada provinciale che incrociava. Morì in ospedale, a Rimini, il 22 maggio 2017. L’America era triste e lontana: tutto era andato troppo veloce. Il destino non ha riguardi per chi non teme di guardarlo in faccia.

Matteo Fontana
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