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Althea Gibson, regina rivoluzionaria

Storia dell’afroamericana che colorò il tennis mondiale, cambiandolo per sempre

“Stringere la mano alla Regina d’Inghilterra… Un bel salto rispetto ai tempi in cui ero obbligata a sedermi nella sezione dedicata ai neri sugli autobus”

Da regina a regina, da Buckingham Palace ai prati verdi di Wimbledon. Perché regina, forse oltre la sua effettiva volontà, lo fu anche Althea Neale Gibson. Una regina con la racchetta in mano, dalla carnagione d’ebano e dalla forza rivoluzionaria.

Era nata nella Carolina del Sud il 25 agosto 1927, in una fattoria della Contea di Clarendon i suoi genitori raccoglievano cotone. Erano corpi piegati e sudati, i Gibson, erano sole sulla schiena e mani in movimento.

Althea non era quello, non poteva e non voleva esserlo. Cominciò a percepire già in tenera età un senso di nobiltà innata, di sicurezza inscalfibile; cominciò già in tenera età a fortificare spirito e corpo nella ricerca dell’ignoto.

La Grande Depressione condusse, come d’incanto, la famiglia Gibson dalle grandi distese rurali alla selva d’asfalto newyorchese, fagocitandola nel panorama urbano di Harlem.

Qui il desiderato ignoto prese forma: l’irrequieta Althea trovò un campo da paddle di fronte alla nuova dimora familiare. Poco tempo dopo, all’età di 12 anni, si laureò campionessa cittadina della specialità.

Dal paddle al tennis il passo non fu breve come si potrebbe immaginare. Quella tra la figlia di un guardiano di garage e lo sport della borghesia bianca sembrò a lungo una relazione impossibile.

La Gibson nella Grande Mela degli anni ’40 non poteva allenarsi, era costretta a scavalcare recinzioni di campi privati al chiaro di luna, trovandosi a scambiare dritti e rovesci solo nella semioscurità.

“Grazie a quegli allenamenti clandestini ho imparato a percepire le linee, a sentirle”, avrebbe poi rivelato a distanza di anni.

Furono dei benefattori locali, figure di spicco della comunità afroamericana di Harlem, a spingere realmente Althea sotto rete: lo fecero tramite alcune raccolte fondi, scommettendo su quella ragazza dal sangue blu tennistico.

A cavallo della Seconda Guerra Mondiale era però utopico immaginare una tennista nera a livello internazionale, Althea si ritrovò così in uno scomodo limbo razziale: un talento superiore confinato all’esterno di circoli, tornei e circuiti canonici per il solo colore della pelle.

“La sua strada per il successo fu durissima”, confermò in seguito Billie Jean King, “ma non l’ho mai vista mollare”.

A smuovere le paludose acque razziali fu una toccante lettera scritta da Alice Marble, elegante campionessa bianca, che sull’American Lawn Tennis Magazine fece candidamente notare: “Se il tennis è effettivamente un gioco per signore e gentiluomini, è tempo di comportarsi come tali, non da ipocriti”.

Poche, decise parole che aprirono le porte dei maggiori tornei all’ormai ventenne Gibson. Poche, decise parole che portarono Althea a infrangere le barriere erette dal gruppo organizzativo del National Tennis Championship, diventando la prima giocatrice di colore a scendere in campo in un evento a stelle e strisce di tale portata.

Solo tre anni prima Jackie Robinson aveva fatto lo stesso in MLB.

“Nessun negro, giocatore o giocatrice, ha mai messo piede su questi campi”, scrisse in quello storico 1950 Lester Rodney, grande penna del Daily Worker, “Per molti versi l’esordio di Althea è persino più significativo, nell’ottica della lotta alle leggi segregazioniste, di quello che ha fatto Jackie Robinson uscendo dal dugout dei Brooklyn Dodgers”.

In pochi anni Althea diventò la meno convenzionale delle regine, scalando vertiginosamente la vetta del tennis mondiale. 

Nel 1956 fu la prima afroamericana a fare proprio un torneo del Grande Slam, conquistando l’Open di Francia.

Nel 1957, vero e proprio anno di grazia, ottenne la stessa conquista sui prati di Wimbledon, bissando il successo nel singolare con quello nel doppio. Proprio in quest’occasione strinse la mano alla Regina Elisabetta.

Ritornata a New York dopo il successo britannico, venne accolta da una parata cittadina e premiata con una Medaglia di Bronzo dal sindaco Wagner. Nella stessa stagione dominò il casalingo US National nel singolo e si ripeté nel doppio in Australia.

Nel 1958 ottenne la prima posizione del ranking mondiale. Ci riuscì facendo affidamento su un fisico perfetto e restando sempre fedele al proprio mantra: “Lo sconfitto è sempre una parte del problema; il vincitore è sempre una parte della risposta. Lo sconfitto ha sempre una scusa; il vincitore ha sempre un programma. Lo sconfitto dice sempre che potrebbe essere possibile, ma molto difficile; il vincitore dice che potrebbe essere difficile, ma non impossibile”.

A soli 31 anni, giunta sul tetto dell’universo tennistico, vessata da svariati problemi finanziari decise di smettere. Il tennis femminile dell’epoca, d’altronde, prevedeva esigui rimborsi spese, figli di un’impostazione amatoriale.

Essere la regina del tennis è stupendo, ma non puoi mangiare una corona. In questo momento sto regnando su un conto in banca vuoto”, furono le sue amare parole.

Dopo un rapido tentativo di professionalizzazione del proprio talento, periodo in cui Althea arrivò a girare il mondo al fianco degli Harlem Globetrotters, la regina delle palline gialle fu costretta ad abbandonare del tutto la racchetta.

“Quando mi guardo attorno, vedo giocatrici bianche che ricevono offerte e proposte da svariati sponsor. Mi sento di dire che i miei trionfi non hanno distrutto del tutto, come avevo sperato, le barriere razziali. O, se le hanno distrutte, quelle stesse barriere sono state erette nuovamente alle mie spalle”.

Barriere che, in realtà, negli anni seguenti si sarebbero viste superare e distruggere nuovamente da Arthur Ashe prima e dalle sorelle Williams poi. Barriere che, senza il coraggio di Althea Gibson, non sarebbero mai state neanche lontanamente scalfite. 

“La sua leggenda durerà per sempre, non solo nei grandi campi, ma anche nelle scuole e nei parchi. Ogni volta che un bambino di colore, un ispanico o un islamico prenderanno una racchetta in mano per la prima volta, vorrà dire che Althea avrà toccato un’altra vita. Quando lei iniziò a giocare, le minoranze erano rappresentate da meno del 5% dei giocatori, oggi ci aggiriamo sul 30%, 2/3 dei quali sono afroamericani: questo è il suo lascito”, ha dichiarato il presidente USTA Alan Schwartz durante la cerimonia d’ingresso della Gibson nel US Open Court of Champions.

Althea Gibson è deceduta nel settembre 2003, a 76 anni. Giorno dopo giorno migliaia di vite continuano ad essere lambite dalle sue gesta, dal suo coraggio, dalla sua regalità. E così sarà per sempre.  

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