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Galles, invincibili.

Quello che mi ha sempre colpito dei gallesi è la loro innata durezza, data sicuramente da una terra che ha forgiato prima di tutto minatori. E, poi, rugbisti.

Di tutte le banalità ovali che potrei raccontare sul Galles ce n’è una che, ai miei occhi, tanto banale non è. Il 25 maggio del 2008 ero nella pancia del Millennium Stadium di Cardiff insieme al mio amico e, allora, direttore Enrico, unici giornalisti italiani presenti. Si giocava la finale di Heineken Cup tra Munster e Tolosa. Parliamo di rugby vero, in un impianto da sogno tra due squadre leggendarie. Poco prima dell’inizio del match si è palesato un incaricato dell’organizzazione e ha radunato intorno a sé tutti i presenti per dare un messaggio di benvenuto che si è presto trasformato in un discorso epico. Specie agli occhi di chi non conosceva il peso che i gallesi danno al rugby. «Voi siete a pieno titolo parte di questa partita, voi la vivrete e la racconterete. Consideratevi dei privilegiati ma se siete qui è perché ve lo meritate». Devo essere onesto, dopo questo discorso ero pronto anche a giocarla. Quella partita. Per la cronaca vinse il Munster in mezzo a una marea di irlandesi dalla maglia rossa. A Cardiff ci sono andato parecchie volte, l’esperienza del Millennium bisogna provarla almeno una volta nella vita.

La città è oggettivamente orribile, pervasa da quell’olezzo di fish and chips che pare connotare tutto lo United Kingdom. Però lo stadio, caspita. Calato come un’astronave nel centro cittadino con un lato adagiato sul fiume Taff. Settantaquattromilacinquecento posti, giusto per essere chiari. Un terzo tempo globale che abbraccia tutta la città dal fischio finale del match fino alla fine delle scorte di birra. Ergo…mai. Nel giugno di quell’anno ho preso un microscopico appartamento a Cardiff e sono rimasto in Galles venti giorni per i mondiali Under 20. Da lì mi muovevo in treno raggiungendo a piedi una stazione ferroviaria presidiata da centinaia di gabbiani ben pasciuti. Pasciuti quanto il sottoscritto, vista la colazione che ero solito scofanarmi la mattina. D’altra parte si entra anche così nel tessuto sociale del posto che ti ospita. Magari le salsiccette di prima mattina potevano sembrare avventurose da ingurgitare ma, a conti fatti, scendeva tutto facilmente se accompagnato dalle uova strapazzate. Sono stato a Swansea, sull’Oceano. Ho messo le scarpe da jogging e ho corso sulla spiaggia lasciata libera dalla marea, il tutto in un clima plumbeo che diventata estivo in pochi secondi. Intorno a me labrador con pezzi di legno in bocca e signori di una certa età bardati nei loro Barbour monocromatici. In quella baia ho toccato il cielo, sulla sabbia dura. E la sera sono stato ospite degli Ospreys al Liberty Stadium, un gioiello da ventimila posti dove gioca anche lo Swansea di calcio. Ho visto la partita vicino a Warren Gatland, divinità neozelandese che allena il Galles. Sembrava uscito da un film dei fratelli Cohen, tipo Fargo. Particolarmente alla mano, specie con un italiano che voleva parlare di rugby. Ma la grandezza di chi grande lo è davvero resta tutta in questo concetto: l’arroganza non paga. Mai. Dimenticate la presunzione tutta italica, qui parliamo di mostri sacri. Quello che mi ha sempre colpito dei gallesi è la loro innata durezza, data sicuramente da una terra che ha forgiato prima di tutto minatori. E, poi, rugbisti. Perché l’ovale rappresentava un oppiaceo per chi doveva fare i conti con una vita così grama.

Ammetto di esser stato sempre visto come un animale esotico da quelle parti, specie in quei contesti così lontani dal Sei Nazioni. Quando l’Italia gioca con il Galles, infatti, c’è sempre un piccolo contingente di giornalai italici che viene riconosciuto dagli avversari. Ma quando si spengono le luci del Torneo risulta più difficile, se non impossibile, notare un italiano in altri ambiti. Il motivo è semplice: il rugby in Italia non esiste. E io, che ho vissuto l’esaltante, quanto dolorosa, avventura di un settimanale dedicato a questo sport, lo posso dire con una certa cognizione di causa. In Galles ti accorgi di quanto tu sia insignificante, lì tutto parla ovale. Dicono che ogni gallese sia stato concepito su un campo di rugby, dicono che il tetto del Millennium Stadium si apra per fare vedere a Dio come giocano di Dragoni, dicono che si possono fare più punti dei gallesi in Galles ma che non li si possono battere. E noi italioti ci beviamo tutto cercando di sederci a un tavolo dove manca il nostro sgabello. Il 31 ottobre del 1972, gli All Blacks sono stati sconfitti dal Llanelli (si legge clanechli e, sì, sono stato anche a Stradey Park…), sconfitti da un club! Non da una nazionale.

Il Galles è povero. Tanto che la polemica sui prezzi dei biglietti del Sei Nazioni è sempre d’attualità. I gallesi devono fare delle scelte e, spesso, rinunciano alla partita casalinga con l’Italia. Troppo scontata, inutile investire tutte quelle sterline. I gallesi sono poveri. Ma non di spirito. Phill Bennett, apertura del Galles, così parlava ai suoi nel 1977 prima di un Galles-Inghilterra: «Guardate cos’hanno fatto al Galles questi bastardi. Hanno preso il nostro carbone, la nostra acqua, il nostro acciaio. Comprano le nostre case per passarci due settimane all’anno. Cosa ci hanno dato in cambio? Assolutamente nulla. Siamo stati sfruttati, umiliati, controllati e puniti dagli inglesi. E noi oggi giochiamo contro di loro». Invincibili.

P.s. nel rugby la cravatta è un oggetto di culto. Ogni squadra ha la sua. E ogni volta che viene organizzato un tour si crea la cravatta commemorativa. In molte club house inglesi i giocatori non possono entrare senza aver indosso la cravatta della squadra.

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