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Alfredo Martini, ciclista partigiano

Storia d’un uomo che, a bordo della sua bicicletta, aiutò la Resistenza toscana e il ciclismo intero

Era un giovane bibliotecario e un sagace operaio, Alfredo Martini, quando nella sua Toscana inforcò la bicicletta per assaporare la delizia della sofferenza. Sistemava libri a Sesto Fiorentino, si sporcava le mani nelle Officine Meccaniche Pignone di Firenze, attendeva l’epifania sportiva.

Leggenda dice arrivò l’amico Gino Bartali a mostrargli l’arte del manubrio stretto, delle incontrollabili smorfie, del costante equilibrio tra il dolore e la paradisiaca soddisfazione.

Il ‘Ginettaccio’ divenne guida virgiliana in un mondo che a Martini avrebbe regalato vittorie, silenziosi colpi di genio e strumenti per affrontare il nemico nazifascista. Un mondo che il giovane di Sesto aveva sempre osservato distante e dorato, con timido rispetto, disperso nelle colline della sua terra.

Le radici morali di Martini poggiavano su un terreno operaio e socialista, su libri letti e pensieri da tramutare in testi scritti. La sua era una famiglia a tinte rosse, il padre Pietro timbrava da sempre il cartellino nello stabilimento della Richard Ginori, azienda manifatturiera specializzata nella lavorazione di porcellana.

Insieme alla moglie Regina vide in breve tempo esordire il terzogenito nel ciclismo dei grandi. Alfredo Martini divenne professionista a 24 anni, nel 1945. Per lungo tempo fu forse il gregario più ricercato dai mostri sacri dei pedali, fu intelligenza dinamica e maglia rosa per un giorno, fu, durante la II Guerra Mondiale, attivo partigiano.

Il conflitto bellico lo vide difatti scegliere con chiarezza e integrità. La brigata Lanciotto Ballerini lo accolse tra le sue fila, sfruttando senza sosta le forti gambe del ragazzo che, solo pochi anni dopo, avrebbe fatto propri il Giro dell’Appennino e quello del Piemonte.

All’ombra del Monte Morello trasportò viveri, messaggi segreti, notizie di speranza e, obbligato dal contesto, armamenti per la Resistenza. Un carico in particolare rimase impresso nella sua memoria, un cesto di molotov: “Se fossi caduto in bicicletta e le bombe si fossero rotte… Sarei saltato in aria”, avrebbe poi detto.

Finita la guerra aiutò Fiorenzo Magni, amico fraterno delle strade toscane. Depose a suo favore nel processo-evento che vide imputato proprio il ‘Leone delle Fiandre’, accusato di collaborazionismo e di partecipazione all’operato mussoliniano.

Dei tanti famosi ciclisti chiamati a deporre si presentò il solo Martini. Passò in mezzo ad ali di folla inferocite, in mezzo ad occhi amici e conosciuti, partigiani che reclamavano la testa di chiunque fosse labilmente legato al mostro nero. Martini fu onesto e sincero, come richiedeva la sua coscienza.

“Tutti l’han sempre considerato una persona retta, una persona che ha ottenuto buoni riscontri tra i tifosi di ciclismo perché provocava tanto agonismo nelle corse e quindi si faceva ammirare per il suo coraggio e per il suo comportamento. Una persona, insomma, dai sani principi, che non avrebbe fatto del male a nessuno”, disse nella tensione generale l’atleta di Sesto Fiorentino. Magni venne assolto grazie a queste parole.

Nei cinquant’anni successivi l’intelletto di Alfredo Martini marchiò a fuoco il ciclismo tricolore: prima nelle strade, poi dalle ammiraglie. Condusse per un ventennio la Nazionale italiana. Da direttore sportivo le sue tattiche videro volare nell’olimpo delle due ruote i vari Francesco Moser, Beppe Saronni, Moreno Argentin, Maurizio Fondriest e Gianni Bugno.

Il suo amore per il ciclismo si tradusse più volte in poesia, in appassionate dichiarazioni d’amore.

“La bicicletta merita sempre di più. Cento anni fa era un mezzo, spesso anche di lusso, per andare a lavorare. Così si sapeva che cosa volesse dire pedalare, in salita e in discesa, sullo sterrato o fra i sassi, la mattina presto o la sera tardi. E i corridori sentivano che la gente gli era vicina, partecipe, entusiasta. Oggi, un secolo dopo, la bicicletta si sta rivelando sempre più importante. È la chiave di movimento e lettura delle grandi città. Un contributo sociale. E non ha controindicazioni. Fa bene al corpo e all’umore. Chi va in bici, fischietta, pensa, progetta, canta, sorride. Chi va in macchina, s’incattivisce o s’intristisce. La bicicletta non mi ha mai deluso. La bicicletta è sorriso, e merita il Nobel per la pace”

Alfredo Martini è scomparso nel 2014, a 93 anni. Insieme a lui ci hanno lasciato favole e intuizioni, emozioni e storie, narrazioni che solo il ciclismo dei grandi uomini ha saputo e sa trasmettere.

Gianmarco Pacione
25 aprile 2020

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